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Il problema dei diritti umani in America Latina. Una responsabilità che coinvolge anche l'Europa - "Politica Internazionale", nn. 11-12/1981

Consiglio d’Europa, Madrid, ottobre 1981

Crisi economica, diritti dell’uomo e lotte per l’autodeterminazione spesso si intrecciano: ne è una riprova il caso dell’America Latina. Ma è un errore considerare la «forma autoritaria» dello Stato in America latina uguale in tutte le realtà. La mancata affermazione dei diritti dell’uomo deriva dalla permanenza di strutture economiche e sociali oppressive ed escludenti e da condizionamenti esterni. Le condizioni per raffermarsi di una democrazia non solo formale. La questione della dipendenza economica il ruolo degli Stati Uniti e delle multinazionali. L’Europa e l’America latina possono trovare un punto di convergenza sull’obiettivo del nuovo ordine economico internazionale e su quello del superamento del bipolarismo. Solo cosi si può favorire in America latina l’evoluzione verso la democrazia e la costruzione di Stati indipendenti. Su questi temi l’on. Granelli ha svolto una relazione ad una Conferenza organizzata dal Consiglio d’Europa che si è tenuta in ottobre Madrid

Gli anni ’80 si presentano assai impegnarvi. Una sconvolgente crisi economica rende sempre più difficili i rapporti internazionali. La corsa al riarmo sottrae risorse allo viluppo ed accentua l’incubo dell’annientamento nucleare. La conquista dell’autodeterminazione di molti popoli si scontra con ostacoli insuperabili. I diritti dell’uomo, ad oltre trent’anni dall’approvazione della Dichiarazione universale dell’Onu, non sono per nulla rispettati nel mondo. Bisogna tuttavia reagire ad ogni forma di rassegnazione o di disimpegno. Il decennio può anche offrire possibilità di ripresa se vi sarà la necessaria mobilitazione di forze.

Crisi economica, autodeterminazione, diritti dell’uomo si intrecciano frequentemente. Quanto accade in numerosi paesi dell’America latina ne è una riprova. In questo continente l’azione repressiva degli Stati, di organizzazioni paramilitari incoraggiate e protette, raggiunge in molti casi il massimo di brutalità soprattutto se il sistema economico è dominato da ristrette oligarchie collegate con gli interessi di potenti gruppi stranieri o multinazionali. Si tratta di situazioni in cui lo sfruttamento, l’arretratezza delle condizioni di vita, sono di un livello tale da provocare ribellioni popolari, spinte morali e politiche a cambiamenti radicali, che possono sono essere stroncate solo da un autoritarismo forte e senza scrupoli per difendere con una violenza mascherata di legalità i regimi di privilegio e di dipendenza economica.

Ma il fenomeno è preoccupante anche in altri casi. In paesi in cui sono in atto processi di industrializzazione, connessi a forme più articolate di cooperazione economica internazionale, taluni Stati tendono ad applicare un autoritarismo più blando. Essi organizzano interessi corporativi meno ristretti delle tradizionali oligarchie, reggono su intese più o meno stabili tra esponenti politici e militari lungimiranti, concedono anche l’esercizio di limitati diritti democratici in vista di maggiori evoluzioni ma, spesso, non esitano a restringerli o nuovamente reprimerli quando tali diritti vengono utilizzati per rivendicazioni generali o per sollecitare cambiamenti politici più profondi.

Non mancano, per fortuna, paesi in cui la democrazia ed il rispetto dei diritti fondamentali tendono sia pure in modo travagliato a consolidarsi e rappresentano importanti punti di riferimento, di protezione, per quanti lottano in varie parti del continente. Una corretta analisi deve cogliere le diversità non trascurabili delle situazioni sinteticamente richiamate. È un errore considerare la “forma autoritaria” dello Stato in America latina quasi uguale in tutte le realtà in cui esiste. Una dinamica statale assai differenziata sembra investire tutti i regimi latino-americani e di essa bisogna tener conto se si vuole influenzare, nella misura possibile, una reale evoluzione senza limitarsi a pure e generiche condanne.

Pur in presenza di situazioni tra loro differenti il complesso delle violazioni dei diritti dell’uomo in America latina è grave e preoccupante. Si allunga l’elenco di persone che a causa delle loro idee sono assassinate, imprigionate, private di regolari processi, sottoposte a torture psichiche e fisiche, condannate all’esilio.

Drammatico ed intollerabile è il fenomeno degli scomparsi che lascia migliaia e migliaia di famiglie nella disperazione. Non meno grave, su di un piano più generale, è la negazione da parte dei poteri costituiti di taluni Stati di ogni forma di dissenso, di critica, di opposizione, attuata con interventi duramente repressivi che a volte sfociano in sanguinose guerre civili.

Vanno dunque intensificate tutte le iniziative che sollecitano il rispetto dei diritti dell'uomo ovunque essi sono calpestati. Esemplare è la risoluzione n. 722 dell’ assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, approvata il 1° febbraio 1980, che nuovamente denuncia in modo circostanziato e senza esclusioni la gravità della violazione dei diritti fondamentali in diversi paesi dell'America latina e chiede, agli Stati membri, di condizionare lo sviluppo delle loro relazioni alla cessazione di tali violazioni.

Importante è anche l'invito ad agire concordemente in ogni sede internazionale, in primo luogo all'Onu, per ottenere interventi più efficaci sugli Stati che sono responsabili di offese gravi e sistematiche ai diritti dell'uomo.

Gli ostacoli sono tuttavia conosciuti. È nota la tendenza degli Stati autoritari a respingere come interferenza esterna, come attentato alla propria sovranità, il richiamo di altri Stati o della stessa comunità internazionale al rispetto della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1949 e di tutte le convenzioni che l'hanno seguita.

In America latina, poi, la strumentale dottrina della “sicurezza nazionale” è in pratica la teorizzazione del drastico rifiuto di qualsiasi sollecitazione esterna ad attenuare o eliminare la misure repressive e dell’accettazione, all’opposto, di ogni aiuto esterno che serva a rafforzarle.

Ogni sforzo va compiuto perché l’Onu venga messa nelle condizioni di poter agire più efficacemente sui singoli Stati in difesa dei diritti internazionalmente riconosciuti.

Così come, sull'esempio della Convenzione del Consiglio d’Europa del 1950, è indispensabile aprire alle singole persone, ai gruppi sociali e non solo agli Stati la possibilità di adire direttamente a Corti internazionali di giustizia dotate di adeguata autorità e di poteri di intervento in difesa dei diritti offesi.

Ma le cause della mancata affermazione dei diritti dell'uomo non sono superabili soltanto con una coraggiosa evoluzione dei rapporti giuridici tra ordinamento internazionale, Stati, prassi e legislazioni interne.

Abbiamo già osservato, con riferimento all'America latina, come le diverse strutture economiche, sociali, politiche, l'insieme dei fattori sociali, culturali, religiosi, di ciascun paese, influiscano notevolmente sulla natura più o meno repressiva dello Stato e quindi sulla misura del rispetto dei diritti dell'uomo e dei gruppi sociali.

Senza la trasformazione di queste strutture, che può essere ostacolata o favorita anche dai rapporti internazionali in campo economico e politico, è illusorio pensare all'esercizio dei diritti democratici come se si trattasse soltanto di uno sforzo di buona volontà per applicare altrove istituti già sperimentati nei nostri ordinamenti.

Anche in Europa l'affermarsi della democrazia, che ha dato forza al rispetto dei diritti individuali e sociali, è stata il frutto di grandi rivolgimenti politici, del sorgere indipendente degli Stati nazionali, della realizzazione, dopo la tragica esperienza autoritaria del fascismo e del nazismo, di una integrazione tuttora in atto che allarga possibilità e garanzie.

I condizionamenti storici e strutturali non possono essere ignorati. Sulla connessione tra sviluppo storico e «forma» dello Stato, tra condizioni generali ed esercizio dei diritti, si è soffermato con uno stimolante studio Juan Somovia, direttore dell'Istituto de estudios transnacionales che opera in Messico, per ricordare che in molti paesi dell’America latina la democrazia non è solo il voto, non è solo l’antica e classica divisione tra il potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Non è nemmeno la sola risposta giusta ai problemi della gestione del potere. Essa, in altre parole, deve risolvere la questione dell’esercizio democratico del potere da parte del popolo, con le sue naturali organizzazioni sociali e politiche, in modo che la conquista del suffragio universale, la protezione dei diritti umani, siano i mezzi di un ampliamento del processo politico e della responsabilità collettiva per conseguire l’indipendenza nazionale, il progresso economico e sociale, l’organizzazione delle stesse istituzioni giuridiche, secondo l’identità propria di ciascun paese.

Quando il potere è privilegio di ristrette oligarchie, l’uso delle risorse nazionali è pesantemente condizionato dall’esterno, il tipo di produzione e di consumo è spesso imposto dalle scelte di grandi imprese multinazionali, il popolo è emarginato dalle istituzioni e sfruttato ed indifeso nei vari settori dell’economia, i diritti fondamentali dell’uomo, i valori complessivi della società, non trovano lo spazio per una loro durevole affermazione garantita da istituzioni adeguate. Vi può essere, di volta in volta, la concessione da parte dell’autorità di qualche misura di liberalizzazione, di una momentanea riduzione delle misure repressive, ma tutto ciò non può mutare la sostanza di sistemi politici in cui pochi comandano e molti ubbidiscono senza poter reagire.

Non va dimenticato che la democrazia sostanziale è un obiettivo difficile da raggiungere compiutamente anche in sistemi politici evoluti. A maggior ragione il processo è lungo, difficile, spesso contraddittorio in paesi che escono da lunghi periodi di dominio e di sfruttamento, che devono affrontare problemi colossali senza mezzi o con scarsi aiuti internazionali, con gruppi dirigenti privi di esperienza e in qualche caso animati da dogmatismi rivoluzionari che pongono in secondo piano i diritti individuali rispetto alle finalità sociali o collettive. Resta valido il principio, anche in casi di profondi mutamenti sociali e politici, che quando l’ordine prende il posto del dialogo, l’autorità si sottrae al controllo, l’unità viene strumentalizzata e non lascia spazio alla diversità delle idee e delle organizzazioni popolari, la democrazia resta imperfetta e incompiuta l’affermazione dei diritti fondamentali.

È naturale il gradualismo del processo di democratizzazione. Le difficoltà obiettive sono permanenti e non vanno sottovalutate. È tuttavia innegabile che nei paesi dell’America latina la conquista e la difesa dell'indipendenza nazionale, la piena disponibilità delle proprie risorse, la scelta autonoma del modo di produrre e di consumare, la redistribuzione del reddito e delle ricchezze, sono condizioni essenziali per l’affermazione di una reale democrazia che si ponga a garanzia dei diritti dei singoli e dei gruppi sociali. Il soddisfacimento di queste condizioni dipende, in primo luogo, da processi politici interni che portino alla partecipazione popolare alla gestione del potere ed alla sconfitta delle oligarchie dominanti e di ristretti interessi economici.

Ma non si può ignorare che, in molti casi, la forza di gruppi dirigenti che esercitano un potere autoritario e repressivo si basa, oltre che sul sostegno di consistenti interessi interni, sugli aiuti e sulle protezioni che talune potenze straniere, direttamente o tramite le grandi multinazionali o con forme varie di assistenza militare, non mancano di assicurare. Anche il tipo di collaborazione economica può influenzare, in senso positivo o negativo, i processi politici dei vari paesi e favorire, in tale quadro, la maggiore o minore tutela dei diritti fondamentali.

I condizionamenti economici dei gruppi internazionali

La storia dell’America latina è assai istruttiva al riguardo. È noto che, per decenni, gli investimenti degli Stati Uniti nel continente latino-americano hanno realizzato profitti che hanno contribuito, con un consistente trasferimento di risorse, a finanziare lo sviluppo dell’economia nordamericana mentre i paesi destinatari di tali investimenti sono rimasti in condizione di sottosviluppo e di dipendenza economica.

Questa tendenza è tra le cause di maggiore rilievo delle condizioni di dipendenza dell’economia latino-americana. La politica di sostegno a queste forme di intervento economico non è stata priva di inconvenienti. Uno dei più gravi fu, anche allora, quello della compromissione degli Stati Uniti nel sostegno a squalificate oligarchie locali e a regimi duramente repressivi. Negli anni ’60 il presidente Kennedy, riprendendo taluni tentativi dei suoi predecessori Wilson e Roosevelt, cercò di rovesciare questa impostazione, senza troppa fortuna, con la sua «Alleanza per il progresso». Gli Stati Uniti avevano compreso, con questi tentativi, che una America latina sviluppata, aiutata a riformare le proprie strutture arretrate, incoraggiata a favorire classi dirigenti riformatrici e appoggiate dal consenso popolare, poteva essere un partner commerciale più solido, un interlocutore di grande importanza nel quadro della cooperazione economica mondiale.

Un simile processo consente azioni più incisive nella difesa dei diritti dell’uomo, crea le condizioni per una reale indipendenza politica dell’America latina, introduce fattori di maggiore equilibrio nel rapporto Nord-Sud anche ai fini della sicurezza degli Stati Uniti. La politica instaurata da Carter dal 1977 si era ispirata, nonostante i limitati successi, a questi criteri di fondo. Parlando alla assemblea generale della Organizzazione degli Stati americani, lo stesso Carter, dopo aver difeso la propria strategia specie per quanto riguarda la difesa dei diritti umani ha giustamente osservato: «Coloro che vedono una contraddizione tra la difesa della nostra sicurezza e i nostri principi umanitari si dimenticano che la base di una società sicura e stabile dipende dalla fiducia tra il governo e il suo popolo. L’avvenire del nostro continente non si trova nell’autoritarismo che porta la maschera dell’ordine o quella della giustizia». Questo discorso, pronunciato il 19 novembre 1980, era praticamente il commiato della vecchia amministrazione americana dai latino-americani. Con l’elezione del presidente Reagan sono molti i segni di una tendenza al ritorno delle impostazioni tradizionali, anche se è difficile e prematuro tracciare un bilancio certo e libero da condizionamenti.

Secondo fonti della Comunità economica europea il trend degli investimenti degli Stati membri verso l’America latina è stato negli ultimi anni, nettamente in ascesa. Tra il 1974 ed il 1976 gli investimenti di tre paesi europei, la Repubblica federale di Germania, il Belgio ed il Regno Unito, hanno registrato un incremento che si avvicina al cento per cento. I dati globali, per alcuni aspetti incompleti, confermano che la tendenza non ha subito inversioni Meno soddisfacente è l’andamento delle importazioni comunitarie. Dopo la notevole diminuzione subita nel decennio precedente la quota latino-americana di importazioni ha raggiunto nel 1978 il 6,5% nel quadro di. un saldo commerciale costantemente attivo per l’Europa. Sempre nel 1978, ad esempio, il Brasile ha coperto il 38% delle esportazioni latino-americane verso i paesi europei e la Repubblica federale di Germania ha realizzato il 34,7% delle esportazioni comunitarie verso l’America latina.

L’andamento sia pure diversificato dei rapporti di scambio, sulla base di dati evidentemente parziali, conferma tuttavia che l’economia latino-americana tende ad essere sempre più controllata da gruppi internazionali. È difficile stabilire il rapporto tra la cooperazione economica tra paese e paese, favorita dalle integrazioni comunitarie come quelle della Cee e del Patto andino, e l’attività, certamente rilevante, delle grandi imprese multinazionali. Il processo introduce nuovi squilibri e nuovi elementi di disarticolazione nelle economie nazionali. Per quanto riguarda le multinazionali, oltre alla destinazione spesso discrezionale degli investimenti, alle scelte delle risorse locali da sfruttare e delle tecnologie da trasferire, rimane il problema della loro appropriazione di una parte considerevole, a causa di controlli debolissimi, dei frutti dell’aumento di produttività.

Rimane valida, a questo proposito, la penetrante analisi dell’economista brasiliano Celso Furtado. Per la loro posizione oligopolistica e per la loro politica di prezzi controllati le imprese estere sono in condizioni di programmare la loro espansione sulla base dell’autofinanziamento, completato, quando è necessario, dal ricorso al sistema bancario locale. In economie caratterizzate da una considerevole eccedenza di manodopera, le imprese che dispongono di una posizione dominante sul mercato si trovano in condizioni di privilegio per trattenere la totalità degli incrementi di produttività determinati sia dal progresso della tecnologia, sia dalle economie esterne di cui l’impresa usufruisce. È evidente che, in tali casi, lo sviluppo economico non si svolge a prevalente beneficio del paese destinatario dell''investimento, inteso come insieme della popolazione e come produttore delle risorse utilizzate, ma a consistente beneficio dei gruppi internazionali che controllano le imprese.

Se non si creano alternative, legislazioni interne rigorose, controlli internazionali incisivi, modifiche sulle strutture delle imprese che operano alla scala ricordata, sono limitate le possibilità d’intervento. Misure di contenimento allo sviluppo importato dall’esterno, tecnicamente possibili, implicano il rischio di bloccare investimenti importanti, trasferimenti di tecnologie altrimenti impossibili, e finiscono con il mantenere paesi in possesso di considerevoli risorse in condizioni di arretratezza o di mancata crescita economica. Esperimenti per superare queste difficoltà sono stati tentati. Da varie parti si è pensato a nuove forme di impresa, fondate sulla cooperazione di gruppi stranieri tecnologicamente progrediti con organizzazioni nazionali preferibilmente pubbliche (joint ventures), che consentano con interventi su larga scala un riequilibrio ragionevole nella redistribuzione di vantaggi e profitti.

Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, l’Ente nazionale idrocarburi (Eni) ed altri gruppi privati e pubblici si sono proposti, anche in America latina, di porre l’attività delle proprie imprese, l’offerta di investimenti e di tecnologie, al servizio dei programmi nazionali di sviluppo dei settori in cui si ha la possibilità di operare. Anche altri paesi hanno posto in essere tentativi di un certo interesse e di reciproca utilità. Ma la realtà delle imprese multinazionali, delle grandi corporations, resta preponderante, con la sua logica di sfruttamento e di profitto, nel quadro di una economia mondiale in cui sono in grande ritardo le istituzioni, le regole, le possibilità di cooperazione, di un nuovo ordine economico internazionale.

Il fenomeno è di una consistenza preoccupante se anche il capo della Chiesa cattolica, Giovanni Paolo II, ha ritenuto di doverlo affrontare nella sua recente enciclica «Laborem Exercens». «I paesi altamente industrializzati e, più ancora, le imprese che dirigono su grande scala i mezzi di produzione industriale (le cosiddette società multinazionali o transnazionali), dettano i prezzi più alti possibili per le materie prime o per i semilavorati, il che, fra le altre cause, crea una sproporzione crescente tra i redditi nazionali dei rispettivi paesi. La distanza tra la maggior parte dei paesi ricchi ed i paesi poveri non diminuisce e non si livella, ma aumenta sempre di più a scapito di questi ultimi». Il problema delle grandi imprese multinazionali che, per la loro natura, sfuggono ai controlli delle legislazioni nazionali e non sono sottoposte, per mancanza di strumenti adeguati, ad una vincolante regolamentazione internazionale, resta un problema di grande importanza se si vogliono evitare distorsioni e ingiusti trasferimenti di ricchezza.

Come controllare le multinazionali

Non si tratta di cadere in posizioni moralistiche. Le capacità, la tecnologia, i capitali delle multinazionali, potrebbero anche favorire in modo efficace l’industria emergente, l’incremento della produzione di minerali, la prima lavorazione delle materie prime, l’esportazione di manufatti, un commercio di prodotti di base vantaggioso per i paesi produttori. Per ribaltare la tendenza in atto, con le sue deviazioni, si sono posti in atto all’Onu ripetuti tentativi per elaborare dei severi Codici di condotta sulle restrizioni commerciali, sulle imprese transnazionali, sui trasferimenti di tecnologia. Anche il Parlamento europeo ha cercato di definire una politica comunitaria in rapporto alle multinazionali ed alle grandi concentrazioni produttive, ma gli ostacoli e le difficoltà, come si verifica nell’ambito delle Nazioni Unite, sono rilevanti.

Pur essendo difficile sul piano internazionale applicare e rendere vincolanti i Codici di condotta, le resistenze per la loro definizione, organizzate e consistenti, dimostrano che si teme una qualsiasi forma di regolamentazione e che si cerca di ridurle a generiche e non incidenti raccomandazioni.

Eppure l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato a larghissima maggioranza, il 12 dicembre 1974, la “Carta dei diritti e dei doveri economici degli Stati” in cui è esplicita l’affermazione della piena e permanente sovranità di ogni Stato circa «il possesso, l'uso, la cessione di tutte le sue ricchezze, risorse naturali, attività economiche».

Ma anche qui le indicazioni non vanno al di là del riconoscimento di diritti astratti. Non a caso nel contenzioso del difficile dialogo Nord-Sud si chiede, soprattutto da parte dei paesi in via di sviluppo, la definizione di un regime degli investimenti che veda strettamente legate leggi nazionali, codici di condotta internazionali, assistenza tecnica dell’Onu o di altre organizzazioni specializzate.

I punti sostanziali di questo regime dovrebbero essere: a) obbligazioni reciproche tra multinazionali e paesi ospitanti per investimenti esteri, trasferimento di tecnologie e rimpatrio di profitti, royalties e dividendi; b) regolamentazione dell'attività di imprese transnazionali in materia come comportamento etico, divulgazione di informazioni, pratiche affaristiche restrittive e standards lavorativi; c) cooperazione intergovernativa per le politiche fiscali ed il controllo della fissazione dei prezzi di trasferimento; d) armonizzazione di incentivi fiscali e d'altro genere tra i paesi emergenti ospitanti per evitare trattamenti di favore in concorrenza tra loro.

L'obiettivo è ambizioso, ma il rispetto di talune regole, per loro natura interne ed internazionali, è una condizione importante perché le multinazionali possano sviluppare la loro attività, con una equa ripartizione di costi e di vantaggi, senza porsi in contrasto con l’interesse generale dei paesi emergenti e la crescita complessiva dell’economia mondiale.

L’obiettivo è ambizioso, ma il rispetto di talune regole, per loro natura interne ed internazionali, è una condizione importante perché le multinazionali possano sviluppare la loro attività, con un’equa ripartizione di costi e di vantaggi, senza porsi in contrasto con l’interesse generale dei paesi emergenti e la crescita complessiva dell’economia mondiale.

Me prevalentemente rimane lo sforzo per realizzare un nuovo ordine economico internazionale nel cui ambito possono essere più facilmente condizionate le stesse multinazionali. Lo squilibrio che esiste tra il Nord ed il Sud del mondo è sempre più insostenibile ed è causa di una reciproca crisi.

Non c’è futuro per i paesi industrializzati se il mondo del sottosvilupponon esce dalle condizioni didipendenza in cui si trova e se non siallargano, con profonde modifiche strutturali, le possibilità di uno sviluppo equilibrato e complessivo dell’economia mondiale.

Questo processo, in notevole ritardo chiede un forte trasferimento di risorse e di tecnologie, una nuova divisione internazionale del lavoro, la riforma del sistema monetario e Banca mondiale degli investimenti, una strategia energetica comune e un piano alimentare globale e la realizzazione di un programma straordinario di aiuti per i paesi poverissimi che lottano per la sopravvivenza.

I complessi problemi da risolvere per avviare la costruzione di un nuovo ordine economico mondiale, che sono al centro delle difficoltà del dialogo Nord-Sud, hanno implicazioni pratiche immediate.

Possiamo fare alcuni esempi. La remunerazione dei paesi emergenti produttori di materie prime è di norma inferiore al 25% del prezzo finale al consumo e la causa va ricercata nel potere di mercato di importatori, trasformatori e distributori.

Secondo una stima dell'Unctad, compiuta sugli scambi del 1975, risulta che la semi lavorazione di dieci prodotti di base potrebbe assicurare ai paesi in via di sviluppo profitti addizionali lordi da esportazione per circa 27 miliardi di dollari annui, vale a dire oltre una volta e mezzo le entrate attuali di queste stesse voci.

Si tenga conto che le entrate più importanti di questi paesi provengono dalla vendita all'estero dei prodotti di base (57%, nel 1978, che sale all'81% se include il petrolio).

Per raggiungere questo obiettivo occorrono maggiori investimenti, minore instabilità di mercato, diretta partecipazione dei paesi emergenti al marketing, al trasporto, alla distribuzione dei prodotti di base e dei semilavorati.

La Convenzione di Lomé ha rappresentato un primo precedente interesse per la stabilizzazione delle entrate dei paesi produttori (Stabex). Ma il negoziato internazionale, dopo il varo a Ginevra nel 1980 di un Fondo Unctad per le materie prime, che introduce in modo innovativo un maggiore controllo dei produttori sul suo funzionamento, è fermo per la difficile intesa sui singoli prodotti rinviata ad altra sede.

Soltanto su tre prodotti (zucchero, stagno e gomma) si è raggiunto un accordo soddisfacente. Grandi ostacoli sono rappresentati anche dalle barriere tariffarie e non, che limitano ampiezza degli scambi. La stessa Cee ad esempio mantiene, nei confronti del Terzo Mondo e dell’America latina, una forte barriera protezionistica che, come si è già notato riduce l’importazione di molti prodotti di base. I paesi più deboli sono poi naturalmente più vulnerabili.

I loro processi di sviluppo si scontrano con crescenti indebitamenti, svantaggiose fluttuazioni monetarie, costi energetici elevati, ostacoli protezionistici, resistenze ad una più razionale distribuzione delle attività produttive.

Una riforma del Fondo monetario internazionale, con una redistribuzione del potere interno ed una maggiore utilizzazione dei Diritti speciali di prelievo, le revisioni delle altre istituzioni economiche internazionali (Banca Mondiale degli investimenti, Gatt, Accordi commerciali), la predisposizione di grandi programmi fondati sulla collaborazione tra paesi industrializzati, emergenti e produttori di petrolio, potrebbero attenuare gli inconvenienti lamentati.

Anche in questo campo, come in quelli del programma alimentare globale e degli aiuti straordinari ai paesi poverissimi, le trattative girano a vuoto e le difficoltà sono destinate ad aumentare se si pensa agli orientamenti nettamente liberistici della nuova amministrazione americana. La crisi è dunque destinata a continuare con i suoi effetti negativi sul mondo in via di sviluppo e di ristagno per i paesi industrializzati. L’obiettivo del nuovo ordine economico internazionale, per il quale latino-americani ed europei dovrebbero maggiormente unire i loro sforzi, non va certo abbandonato come strategia per gli anni ’80 ma esso non sembra raggiungibile nel breve periodo.

Per questo nel rapporto di Willy Brandt sullo stato delle relazioni Nord-Sud si propone, con realismo, di avviare subito almeno un programma di emergenza per il 1980-85 imperniato sui seguenti punti: 1) un trasferimento di risorse su larga scala ai paesi emergenti; 2) una strategia energetica internazionale; 3) un programma alimentare globale; 4) l'avvio di alcune grandi riforme del sistema economico internazionale.

Tutte queste proposte sono sviluppate in dettaglio nel rapporto Brandt e saranno oggetto, nel prossimo incontro di Cancun, di un impegnato esame da parte di capi di Stato e di governo che rivelerà anche gli orientamenti per la futura ripresa del dialogo Nord-Sud. Ma nessun progresso è immaginabile senza una forte spinta politica, Gli europei hanno a questo proposito una grande responsabilità. La costruzione, sia pure graduale, di un diverso e più giusto sistema economico internazionale può influenzare decisamente il tipo di sviluppo di molti paesi emergenti. Il processo costituirebbe un freno non trascurabile contro la tendenza ad utilizzare, in America latina, l’influenza economica straniera, lo sviluppo ineguale degli scambi, l’azione delle multinazionali, in senso contrario al diritto dei singoli Stati ad utilizzare le proprie risorse per la piena realizzazione di obiettivi di emancipazione politica.

Garantire il ritorno alla democrazia

Torna a questo punto il problema principale che è quello di favorire con ogni mezzo, in America latina, l’evoluzione per via pacifica dei sistemi politici, l’affermazione di Stati indipendenti il cui controllo popolare del potere sia garanzia di riforme e di democrazia, la fine del terrorismo e della violenza.

Solo così si possono risolvere, con realismo e lungimiranza, anche i problemi della sicurezza e di un più soddisfacente equilibrio mondiale. Il bipolarismo fondato sul potere pressoché incontrastato delle due grandi potenze mondiali, gli Usa e l’Urss, non regge più di fronte alle spinte di un mondo che ha bisogno per crescere e vivere in pace di una maggiore articolazione. Bisogna arrestare, insieme alla corsa agli armamenti che porta all’equilibrio del terrore e ad uno scandaloso sciupio di risorse, la tendenza a considerare il mondo del sottosviluppo come una realtà da tenere sotto controllo per garantire, sotto il profilo strategico, la propria sicurezza o da destabilizzare per rafforzare i propri disegni egemonici e di potenza.

Il sostegno di regimi compiacenti, tramite l’economia o la politica, per sentirsi più sicuri o più influenti è sempre meno produttivo. Non mancano i mezzi politici per garantire a tutti gli Stati, grandi e piccoli, la sicurezza e la possibilità di esercitare la loro piena sovranità, di controllare il commercio delle armi e le indebite interferenze, di evitare installazioni militari pericolose e minacce di aggressione. La comunità internazionale deve farsi carico di questi grandi obiettivi. Le stesse grandi potenze mondiali devono poter concorrere con un contributo adeguato alle rispettive responsabilità. L’Europa deve sviluppare con vigore la sua funzione politicamente pacificatrice.

La mobilitazione non può riguardare solamente gli Stati e le organizzazioni internazionali. La posizione coraggiosa e profetica della Chiesa cattolica, da Medellin a Puebla, il crescente impegno dell’Internazionale socialista e di altre forze della sinistra marxista, il contributo significativo di molti partiti democratici-cristiani, sono fattori di grande importanza.

L’America latina, ricercando ovunque la composizione politica dei conflitti interni, l’evoluzione democratica e l’attuazione di profonde riforme, può diventare uno dei poli di un sistema multipolare mondiale che va realizzato, nell’interesse della pace, insieme al nuovo ordine economico internazionale.

Le scelte non devono tuttavia lasciare spazio all’equivoco. Nessun sostegno può essere dato a regimi che si reggono con il terrorismo di Stato, difficili esperimenti come quelli del Nicaragua vanno aiutati con una solidale cooperazione, i lenti e spesso contraddittori processi di passaggio non traumatico dall’autoritarismo alla democrazia vanno incoraggiati, ovunque i cambiamenti economici e sociali e la tutela dei diritti dello uomo vanno sostenuti. C’è un esempio scomodo ma istruttivo. Hanno sollevato polemiche le recenti decisioni dei governi messicano e francese, che sembrano raccogliere altre adesioni, per favorire, prima di elezioni che avverrebbero senza alcuna garanzia, una larga intesa politica nel Salvador che faccia cessare in quel martoriato paese una guerra civile senza via d’uscita.

Sono comprensibili le preoccupazioni di ordine giuridico di molti Stati latino-americani sulla forma dell’intervento, il disappunto degli Usa per la diversità di giudizio tra europei ed americani nell’affrontare e risolvere, con garanzie politiche e chiamando in causa l’Onu, una tragedia come quella che sta vivendo in modo emblematico un piccolo paese dell’America centrale. C’è in gioco qualcosa di più di un problema particolare. Se si ha il coraggio di guardare lontano si può comprendere che nell’intero continente latino-americano la repressione, il dominio, lo sfruttamento economico non hanno futuro e che soltanto il consolidamento della democrazia nei paesi che l’hanno conquistata, dal Venezuela al Costarica, la trasformazione in tutti i campi, la mediazione per la riforma dei sistemi politici, l’intesa interna ed internazionale possono disinnescare pericoli gravissimi e far risorgere speranze per il difficile decennio che abbiamo appena iniziato.

Sono immense le energie che in America latina ed in tutto il mondo possono essere mobilitate per sconfiggere la rassegnazione, la corsa al riarmo, l’ingiustizia internazionale, ed allargare l’area della pace, della sicurezza, dell’affermazione del diritto dell’uomo, dei popoli e di un ragionevole progresso per tutti. La sfida va raccolta e se ciascuno deve assumere le proprie responsabilità gli europei devono sapere far fronte alle loro senza ulteriori ritardi.