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Il progetto Esprit come segno di svolta - "Politica Internazionale" n. 5/1984

Dossier / Europa: la rifondazione

Con l’avvio del programma Esprit la Comunità europea cerca di dotarsi di una propria politica unitaria nei settori industriali di punta. Questa iniziativa nel campo dell’informatica rappresenta il segno di una svolta di valore strategico in quanto permette all’Europa di recuperare in parte il divario esistente nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone. Senza mettere in comune una parte delle proprie risorse scientifiche, tecnologiche e finanziarie i paesi europei non possono pensare di rovesciare in tempi ragionevoli lo svantaggio esistente nel campo delle nuove tecnologie. L’Italia, che si è battuta con determinazione per rendere possibile il decollo del programma Esprit, intende seguire la strada della collaborazione europea anche nel campo della ricerca e delle « politiche nuove » che devono essere varate. Sull’argomento pubblichiamo un intervento del ministro della Ricerca scientifica e tecnologica.

Il fallimento del vertice europeo di Atene ha messo allo scoperto una crisi politica, economica, istituzionale, che durava da tempo. La situazione non si è certo modificata, nonostante l’intensificarsi degli sforzi che rivela se non altro la presa di coscienza delle gravi conseguenze del protrarsi di una situazione di stallo, nel successivo vertice di Bruxelles. Non sono mancati gli sforzi per una decisa inversione di tendenza. L’Italia, sia nella fase della presidenza greca che in quella francese attualmente in corso, ha ripetutamente sostenuto, con argomentazioni realistiche e scelte di significato strategico, l’assoluta urgenza di una inversione di tendenza.

Il punto centrale dell’iniziativa italiana era ed è quello di un aumento delle risorse proprie della Comunità attraverso l’aumento dell’Iva versata dai singoli Stati. Contribuire in modo equilibrato, con logica unitaria, al reperimento dei mezzi indispensabili per superare una situazione sempre più insostenibile è la via corretta che gli stessi Trattati di Roma indicano.

La tesi non è nuova. Alcuni anni fa, discutendo una relazione sullo stato della costruzione comunitaria che ebbi allora l’onore di presentare, il Senato italiano approvò alla unanimità non solo la proposta di portare al 2%  il prelievo dell’Iva da destinare al finanziamento della Comunità ma aggiunse suggerimenti motivati per una modifica delle politiche in atto per determinare una ripresa produttiva non limitata al campo agricolo e capace di fronteggiare la crisi economica mondiale.

Le proposte del governo italiano, ad Atene ed a Bruxelles, si sono mosse in questa prospettiva anche se in forme più contenute allo scopo di favorire un compromesso ragionevole. Si trattava, come si tratta, di legare l’aumento delle risorse proprie non tanto ad esigenze di spesa tradizionale che non trovano più copertura, come ha drammaticamente denunciato il presidente della Commissione Gaston Thorn, quanto di creare le condizioni finanziarie indispensabili per rivedere coraggiosamente la politica agricola, con un forte spostamento dalla protezione dei prezzi agli interventi strutturali, e per avviare finalmente le nuove politiche nei settori dell’energia, dell’industria, della ricerca scientifica e tecnologica.

Senza questa svolta di fondo la crisi della Comunità non può che aggravarsi. Anche altri aspetti decisivi cui è legato il rilancio europeo, con la riforma istituzionale, opportunamente indicata dal Parlamento di Strasburgo, e la concertazione di una più decisa politica estera comune rivolta alla soluzione negoziata dei punti di crisi, alla ripresa della distensione, allo sviluppo della cooperazione economica tra Nord e Sud, dipendono molto dalla capacità della Comunità di costruire la propria unità nei settori industriali di punta, frutto di un comune sforzo nel campo dell’innovazione tecnologica, oltre che in quelli agricoli o puramente commerciali.

Il prevalere degli egoismi nazionali ha impedito di determinare la svolta indicata dall’Italia e sostenuta anche da altri paesi.

La regola dell’unanimità ha dimostrato anche in questa occasione il suo effetto paralizzante. Il cosiddetto «problema inglese», ancorato ad una richiesta di rimborsi permanenti che contrasta nettamente con i Trattati istitutivi della Comunità, è apparso come lo scoglio più rilevante, certamente non trascurabile, ma la circostanza non deve distogliere l’attenzione dagli altri problemi ricordati che sono all’origine della paralisi attuale.

Le politiche nuove nei settori di punta

Nel quadro delle proposte avanzate il governo italiano aveva insistito, anche su mia esplicita richiesta, sull’opportunità di dare almeno un segnale della volontà di porsi su di una strada nuova e diversa con l’avvio del programma Esprit (è una sigla che significa: Programma strategico europeo di ricerca per lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione) che, come è noto, tende a far superare agli europei il forte divario esistente nel settore della tecnologia dell’informazione, determinando di conseguenza una ripresa produttiva di tipo strategico, rispetto agli Stati Uniti ed al Giappone. 

La richiesta era del tutto coerente con la insistente sollecitazione fatta dall’Italia e condivisa, oltre che dalla Commissione, da tutti gli altri paesi tranne la Francia, la Repubblica federale tedesca e l’Inghilterra, per il varo del programma dell’informatica ancora prima del Consiglio europeo di Atene. Esprit, come è stato poi dimostrato nei fatti, poteva decollare con i mezzi finanziari disponibili e senza attendere l’aumento delle risorse proprie.

Di ben più ampio respiro è il varo delle politiche nuove, collegato al piano quadriennale per la ricerca scientifica e tecnologica, che un adeguato aumento delle risorse comunitarie deve appunto determinare. Ma tutte queste ragioni non sono state accolte. Il fallimento del Consiglio europeo di Atene ha cosi determinato un ulteriore e preoccupante aggravamento della crisi comunitaria.

Ma l’Italia non ha certo rallentato i suoi sforzi. In un colloquio diretto con il mio collega francese Fabius, a Parigi, nel momento in cui la Francia ha assunto la presidenza di turno della Cee, l’iniziativa italiana ha aperto una breccia nel fronte delle posizioni contrarie determinando una utile riflessione. Contatti diplomatici a Bonn e a Londra hanno ulteriormente incentivato il processo tendente ad arrivare, almeno per il programma Esprit, ad una decisione positiva.

Essa, infatti, è stata adottata nella prima riunione del Consiglio dei ministri della Ricerca di tutti i paesi membri del semestre in corso. Il valore della decisione, come dimostrazione della possibilità di un corso nuovo della politica europea, è stato recepito anche dall’opinione pubblica non direttamente interessata all’avvio di una importante iniziativa nel settore dell’informatica. Il sintomo di una ripresa qualificata e diversa, mancato ad Atene, si è registrato nonostante il perdurare di una situazione di stallo confermata, con un crescente grado di pericolosità, all’ultimo Consiglio europeo di Bruxelles.

Il decollo di Esprit, da non sopravvalutare anche perché lo sforzo avviato meriterebbe una maggiore ampiezza di mezzi ed una situazione meno incerta nella Comunità, è comunque il segno di una svolta positiva di valore strategico, nell’ambito di politiche nuove assolutamente urgenti, che l’Italia ha sostenuto e continua a sostenere. Può essere utile qualche osservazione a conferma della fondatezza di questa affermazione. 

La cooperazione tra le industrie europee per superare il gap esistente, recuperare competitività e quote di mercato rispetto agli Usa ed al Giappone, in un settore strategico quale quello delle tecnologie dell’informazione, è la condizione base priva di alternative realistiche. Gli europei, in questo momento, partecipano soltanto per il 10% al mercato mondiale del settore e circa il 40% del proprio fabbisogno è fornito dai paesi citati e da potenti multinazionali.  Senza mettere in comune una parte significativa delle proprie risorse scientifiche, tecnologiche, finanziarie e produttive i paesi europei non possono pensare di rovesciare in tempi ragionevoli lo svantaggio in atto.

È in rapporto a tale contesto che va valutata l’importanza della decisione presa, in una Comunità tuttora dominata dalla crisi, il 29 febbraio 1984. Il programma Esprit mobilita con contributi a carico della Comunità per circa 1.000 miliardi di lire in cinque anni, cui va aggiunta una cifra analoga come investimenti delle imprese, industrie grandi e medio-piccole, laboratori scientifici, università, per uno sforzo comune che non ha precedenti e che potrà continuare negli anni futuri, oltre il quinquennio coperto dalla decisione presa, sulla base della esperienza compiuta. Il metodo non va sottovalutato. I paesi europei, singolarmente considerati, spendono nell’insieme più del Giappone, ad esempio nella telematica, ma la produttività è minore a causa di doppioni, inutili concorrenze, che possono essere evitati solo mettendo in comune una parte significativa delle loro risorse sulla base di un programma concordato. L’attuazione di un simile programma determina, tra l’altro, la consapevolezza di razionalizzare e potenziare, evitando dannose dispersioni delle politiche nazionali del settore.

L’occasione è quindi importante e non va sprecata. I campi di intervento di Esprit sono di un interesse rilevante. Essi riguardano la microelettronica avanzata, la tecnologia del software, le tecniche avanzate di trattamento delle informazioni, i sistemi per uffici, la produzione di calcolatori integrati. L’insieme di queste ricerche e le ricadute nel campo industriale hanno una importanza decisiva per la modernizzazione dei sistemi produttivi, dei servizi pubblici, dello sviluppo della stessa ricerca scientifica e tecnologica in settori paralleli. È noto che l’informatica apre la via ad applicazioni che investono molteplici settori, richiede l’impegno di varie discipline scientifiche, favorisce la formazione di ricercatori di alto livello, consente una occupazione di tipo nuovo su larga scala rispetto a settori obsoleti che non sono più in grado di creare posti di lavoro. 

Negli Stati Uniti più del 50% della manodopera occupata è riconducibile, direttamente o indirettamente, alla produzione ed alla applicazione di beni e servizi derivanti dall’informatica. Anche le forze sindacali non possono sottrarsi alla giusta considerazione delle potenzialità, degli effetti, legati al decollo di Esprit e dei controlli necessari perché lo sforzo avviato venga collocato nel quadro di una ripresa dello sviluppo e dell’occupazione in settori tecnologicamente strategici sul piano europeo e nazionale.

L’impegno dell’Italia

Non sono pochi i problemi che sorgono, a livello comunitario e nei singoli paesi, per raggiungere correttamente le finalità del programma Esprit. Occorre vincere, nella Cee, la tentazione di una ricerca di inseguimento che non tiene conto dei rapidi progressi in atto sia in Giappone che negli Usa. Nell’informatica, come in altri settori di punta, bisogna superare il ritardo, la subordinazione, senza cadere in visioni autarchiche che resterebbero tali anche a dimensione europea.  La collaborazione internazionale, che implica qualche rischio, non va scartata a priori purché rigorose e limpide siano le garanzie in ordine a scelte tecnologiche e produttive che evitino, oggi e soprattutto domani, ricadute pericolose in una prassi di subordinazione nei confronti di potenti multinazionali. Lo sforzo europeo tende ad assicurare una maggiore indipendenza e a dare competitività maggiore alle nostre industrie, sia nell’acquisizione di quote di mercato che in collaborazioni extra-europee in grado di far rispettare la regola del reciproco vantaggio.

Tutto ciò richiede, anche in Italia, chiarezza assoluta delle imprese private (ad esempio la Olivetti) nella scelta di partners di altri paesi allo scopo di impiegare nuove tecnologie e di acquisire quote di mercato, strategie di medio e lungo periodo per il settore pubblico (soprattutto la Stet) che in Itaia dispone di non trascurabile qualificazione e di indubbie potenzialità, sostegno alle piccole e medie aziende che devono partecipare ad un positivo processo di innovazione tecnologica e produttiva: Esprit, in altre parole, è una occasione non soltanto per spingere la Cee verso le politiche nuove, le uniche che contengono possibilità di ripresa nel futuro, ma anche per realizzare una seria programmazione nazionale nell’elettronica, nell’informatica e nella telematica, che incontra non poche difficoltà e potrebbe ridurre gli effetti positivi di una scelta che l’Italia ha contribuito, con giusta determinazione, a rendere possibile a livello europeo.

Ma il decollo di Esprit, per concludere, è anche un esperimento che contiene un monito importante. È impossibile pensare a sviluppi durevoli se la Comunità non supera, negli altri campi, la sua crisi. Il riordino della politica agricola comune, il lancio delle altre politiche nuove (la biotecnologia, l’energia, la politica spaziale, le tecnologie di processo), l’aumento delle risorse proprie, la riforma istituzionale, anche per favorire l’improrogabile ingresso della Spagna e del Portogallo, la ripresa di una iniziativa comune sui grandi temi della politica estera, sono tutte condizioni legate tra loro per evitare il declino europeo in una situazione internazionale che desta grandi preoccupazioni.

L’esperienza compiuta dall’Italia, sia pure in un ambito limitato come quello di uno sforzo comune di ricerca e sviluppo delle tecnologie dell’informazione, dimostra che la volontà politica, la fantasia operativa, l’impegno nel rimuovere ostacoli a prima vista insuperabili, possono essere una alternativa possibile alla rassegnazione e agli interventi tampone che possono abbassare la febbre senza eliminare le cause della malattia. Del resto l’Europa comunitaria non sarebbe nemmeno nata, in tempi non meno difficili, se il coraggio politico non fosse prevalso sull’inazione e sulla resistenza anacronistica degli egoismi nazionali. 

Per questo si può affermare che il passo sia pure limitato, ma nella direzione giusta, compiuto con la scelta di Esprit contiene, alla vigilia di impegnative elezioni che rischiano di svolgersi in una clima di frustrazione e di sfiducia, qualche insegnamento degno di riflessione politiGca anche per i non addetti ai lavori.