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Cooperazione o contrapposizione - "Politica Internazionale", n. 11-12/ 1974

 

 DIBATTITO

C’è chi ha definito il 1974 l’anno del petrolio. In realtà, i rapporti di forza tradizionali paesi in via di sviluppo, in quanto paesi produttori di materie prime, e paesi industrializzati hanno subito un'evoluzione. Fra deviazioni e contorsioni fin troppo facili da individuare.

Il processo di sviluppo dalle condizioni di dipendenza o semi indipendenza dei paesi del Terzo Mondo è proseguito. Con quali conseguenze sul riassetto dell’economia mondiale e su una nuova articolazione della divisione del lavoro? Il nuovo sistema è più stabile o più instabile? C è il pericolo di una interferenza con l'evoluzione della distensione? Avvenimenti recenti hanno confermato, con le minacce di nuove contrapposizioni e di nuovi blocchi, che si rischia sa andare verso una radicalizzazione pericolosa, per certi aspetti parallela a quella della guerra fredda. A questo problema Politica internazionale ha già dedicato l'editoriale del suo ultimo numero (n. 10, ottobre). In questo numero ritorna sull’argomento con una serie di interventi di personalità politiche (l’on. Luigi Granelli, democristiano, sottosegretario agli Affari Esteri, l’on. Giancarlo Pajetta, del Partito comunista italiano, l'on. Pietro Lezzi, responsabile dell’Ufficio internazionale del Partito socialista italiano e l'on Michele Achilli, vice presidente del gruppo parlamentare del Psi), di rappresentanti di alcuni dei più importanti gruppi economici (il dott. Romolo Arena, direttore del dipartimento internazionale dell’Iri, il prof. Francesco Forte, vice presidente dell’Eni e il dott. Giuseppe Ratti, amministratore delegato della Montedison), del sindacalista G. B. Aldo Trespidi, segretario generale della Filcea-Cgil e di due giornalisti (Alberto Jacoviello dell’Unità e Mario Pisani, vice direttore del Globo). Il dibattito presta una attenzione particolare all’Italia, alle scelte che si pongono all’Italia in quanto tale e in quanto membro della Cee, nella convinzione pressoché generale che all’Italia spetti una funzione portante di collegamento affinché la temuta contrapposizione si sciolga in una qualche forma di cooperazione

Granelli: LA SOLUZIONE È POLITICA

La crisi del petrolio è stata l’elemento dirompente, per ragioni politiche ed economiche insieme, del cambiamento del rapporto tradizionale tra paesi produttori di materie prime e paesi industrializzati, ma la situazione che è venuta creandosi è il frutto di un lungo processo evolutivo per sua natura irreversibile. Il superamento del colonialismo se significa, da un lato, conquista dell’indipendenza politica dei paesi che ne erano privi non può non rappresentare anche il controllo diretto delle proprie materie prime e, quindi, l’aumento del potere contrattuale nei confronti dei paesi consumatori.

La situazione è interessante ma non priva di pericoli. Un aggravamento senza possibilità di ripresa della crisi dei paesi industrializzati potrebbe ritorcersi, come un boomerang, anche sui paesi in via di sviluppo che rischierebbero di vedere inutilizzato gran parte del surplus monetario derivante dagli incrementi di prezzi.

Il problema vero è dunque quello di assumere il cambiamento dei rapporti tra paesi detentori delle materie prime e paesi industrializzati come elemento di una fase nuova dello sviluppo economico mondiale.

È a mio avviso una illusione sia sperare in una facile e consistente riduzione dei prezzi, per tornare al periodo delle materie prime a basso costo, sia puntare su un puro e semplice riciclaggio dei petrodollari secondo le regole classiche del mercato internazionale. Per quanto utili, e urgenti, non bastano misure di risanamento monetario dei deficit delle bilance dei pagamenti determinate dai nuovi costi dei prodotti petroliferi: si tratta, come ha suggerito Carli, di operare trasferimenti reali di risorse per aumentare in modo equilibrato le possibilità di sviluppo economico e produttivo anche nei paesi emergenti.

Questo non significa, ovviamente, che non si debba agire per contenere ragionevolmente i prezzi delle materie prime eliminando, al più presto, anche le cause politiche che hanno determinato il loro aumento. Per quanto riguarda il petrolio è evidente l’importanza di una soluzione politica, secondo le indicazioni più volte ribadite dall’Onu, del conflitto nel Medio Oriente per favorire una pacifica coesistenza in questa area fondata sul riconoscimento del diritto alla vita ed alla identità politica di tutti i popoli, compreso quello palestinese, e non sugli atti di forza militare.

Né può essere trascurata la necessità di ridurre l’area del profitto delle grandi compagnie multinazionali, come ha proposto lo stesso scià di Persia, in modo da evitare intermediazioni sproporzionate che si traducono in un danno sia per i produttori che per i consumatori. Per quanto riguarda il problema delle materie prime in generale la spinta può essere positiva, anche se determina a breve periodo una crisi impegnativa, a condizione che si tenda a costruire un nuovo equilibrio mondiale ispirato a regole di collaborazione in sostituzione dei vecchi rapporti di tipo coloniale.

È chiaro che l’obiettivo della realizzazione di un sistema internazionale più giusto e più stabile non può essere raggiunto spontaneamente. L’operazione petrolio può addirittura aumentare gli squilibri e le tensioni. È noto che alla fine di quest’anno il surplus finanziario accumulato dai paesi dell’Opec si aggirerà attorno ai 65 miliardi di dollari, con limitate possibilità di utilizzo a fini di sviluppo interno specialmente in taluni paesi produttori, e che tale processo di accumulazione si svilupperà in progressione geometrica nei prossimi anni (si pensa, secondo stime attendibili, che si dovrebbero superare i 600 miliardi di dollari nel 1980).

A questo considerevole spostamento di risorse monetarie nel sistema internazionale corrispondono, in pratica, le difficoltà derivanti dal disavanzo dei paesi industrializzati importatori di petrolio con le conseguenze di crisi economiche più generali che investono anche le loro capacità di esportazione, e la ulteriore emarginazione dei paesi in via di sviluppo non esportatori di prodotti petroliferi. È evidente il rischio di un aggravamento intollerabile di squilibri nel sistema mondiale.

Le dimensioni di questi spostamenti monetari mettono in luce il carattere limitato delle operazioni di riciclaggio intese in senso corrente. Il Fondo monetario internazionale e la Cee possono estendere e rafforzare le forze di intervento tendenti a riciclare i petrodollari per compensare, con prestiti adeguati il saldo negativo delle bilance dei pagamenti, così come non è da escludere, se i paesi dell’Opec non supereranno la tendenza a investimenti a breve termine, che sia crescente il trasferimento di petrodollari nei paesi industrializzati: secondo stime della Banque de Bruxelles gran parte di questi trasferimenti avverrebbero, con conseguenze evidenti, nella direzione degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.

In queste condizioni gran parte dei paesi industrializzati, specialmente in Europa, vedrebbero aggravarsi la loro situazione economia e sarebbero sempre meno in condizioni di produrre servizi, impianti, tecnologie, a esportare nei paesi in via di sviluppo per favorire il loro decollo economico e non solo l’utilizzo finanziario, in un quadro di crescente inflazione, dei surplus monetari accumulati. Su questa via non si procede certo verso un sistema internazionale più giusto e più stabile.

Ecco perché devono essere raccolte, sia pure con ulteriori approfondimenti, talune proposte formulate da Carli nella sua intervista su Business Week. Esse tendono infatti a realizzare, sull’onda della crisi petrolifera, un riequilibrio di risorse reali e di possibilità produttive e di sviluppo, non meri aggiustamenti finanziari, con un grande piano internazionale di cooperazione, che coinvolga paesi industrializzati ed i paesi in via di sviluppo, in vista appunto di una evoluzione complessiva del sistema economico mondiale.

II traguardo non è facile ed implica, insieme alla riforma del sistema monetario e delle norme del commercio mondiale, un comune sforzo politico di tutti i paesi interessati a superare la crisi attuale in una logica di collaborazione e di distensione, ma non è impossibile.

Se non si supera costruttivamente la crisi del petrolio, che è politica ed economica insieme (ed investe il problema generale delle materie prime), la tensione è destinata ad aggravarsi. I paesi industrializzati sarebbero investiti da massicce ondate di disoccupazione, dovrebbero ridurre drasticamente il loro tenore di vita, diminuirebbero le loro stesse capacità di esportazione, e in queste condizioni le pericolose tentazioni di un irresponsabile ricorso agli atti di forza, alla «diplomazia nelle cannoniere», potrebbero addirittura trovare un clima drammaticamente favorevole.

Al tempo stesso la rottura del processo di distensione potrebbe isolare, indebolendoli gravemente, nonostante i vantaggi economici acquisiti, gli stessi paesi produttori di petrolio: le difficoltà per una soluzione pacifica mediante trattative politiche, del conflitto mediorientale potrebbero riaprire la via ad uno scontro militare che diverrebbe l’alibi di un irrigidimento generale e di interferenze già conosciute nel periodo della guerra fredda.

Non c’è da abbandonarsi all’allarmismo, ma è evidente che gli obiettivi di una pace giusta nel Medio Oriente in termini ravvicinati, di una tenace ricerca di forme di collaborazione e non di contrapposizione tra paesi produttori e paesi consumatori di petrolio, di una decisa continuazione del processo di distensione internazionale, rappresentano le condizioni politiche essenziali per superare anche nel settore delle materie prime una delle crisi più pericolose del dopoguerra.

L’Italia non parte dal livello zero per contribuire, con un realismo corrispondente alle sue capacità, al superamento della crisi economica e politica messa in evidenza dalla stretta petrolifera.

La costante opera di mediazione dell’Italia in favore di una soluzione politica del problema mediorientale, avvalorata dalla significativa presa di posizione assunta di recente all’Onu sulla questione palestinese, il proprio impegno per il miglioramento delle relazioni tra Est ed Ovest in un clima di distensione e di sicurezza, il continuo richiamo all’Europa per affrontare insieme una fase nuova di rapporti con i paesi in via di sviluppo, rappresentano gli elementi caratterizzanti di una politica estera tendente alla ricerca di equilibri internazionali più giusti e più stabili.

Occorrono maggior dinamismo, concretezza operativa, continuità di iniziativa internazionale, ma tutto ciò è reso possibile da una reale stabilità democratica all’interno, da una volontà nettamente riformatrice, dalla capacità di adeguare il proprio modello di sviluppo alle mutate condizioni internazionali, dalla mobilitazione delle forze sociali e politiche interessate al raggiungimento degli obiettivi richiamati. Mai come in questo momento politica estera e politica interna sono, per l’Italia, strettamente collegate a chiare scelte di fondo.