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Impegno comune per risolvere la crisi - "Politica Internazionale", n. 7-8/1974

 

 

Mi atterrò al giusto criterio di non prolungare molto questi saluti introduttivi ma poiché non voglio ridurre il mio saluto e l'adesione del ministro Moro in un Convegno importante come questo ad un puro adempimento formale sono certo che la vostra cortesia mi consentirà di richiamare, sia pure schematicamente e brevemente, il significato politico e l'importanza che il governo italiano attribuisce ad una iniziativa di questo genere.

Del resto il nostro interesse, come governo italiano, a questo Convegno è un interesse reale, non astratto.

I problemi che sono al centro della vostra discussione sono anche i problemi al centro dell'iniziativa politica e diplomatica in questo momento, sia sul piano europeo, sia sul piano del negoziato per il rinnovo dell'associazione fra l'Europa ed i paesi africani e quindi non c'è dubbio che tutto quello che verrà qui discusso,
tutto quello che verrà qui proposto, anche nei suoi aspetti critici, non potrà che essere elemento di attenzione e di interesse per un governo che deve, poi, agire sul piano internazionale. E questo è tanto più vero dal momento che si tratta non di un convegno qualunque di studio ma di un convegno che vede qui riuniti rappresentanti italiani e europei, rappresentanti diretti di paesi africani, esponenti qualificati di forze sociali e politiche importanti del nostro paese che investono tutto l'arco costituzionale, quasi a sottolineare l'importanza che l'Italia democratica tutta dà ad una problematica di questo genere.

È quindi chiaro che dalla composizione stessa di questo Convegno vi è un primo significativo riconoscimento che il governo dà all'Ipalmo per avere in modo così originale portato alla ribalta una discussione ampia, ricca, su temi che sono di tale interesse e importanza.

Sono certo che nessuno di noi può ignorare che anche il momento nel quale il Convegno cade è degno di particolare attenzione. È un momento di crisi, è un momento non facile, è inutile ignorarlo, anzi sarebbe una fuga dalle difficoltà immaginare che questa crisi non esista, è un momento di crisi anzitutto all'interno
della Comunità europea. Il presidente del Convegno, on. Salvi, già ha accennato alla instabilità politica, alle difficoltà di molti paesi europei, ma noi possiamo anche allargare questa osservazione riferendoci ad una vera e propria crisi di identità della costruzione europea in questo momento, crisi di identità che deve portare i paesi europei a comprendere che bisogna superare la logica del puro e libero scambio all'interno dell'Europa e che bisogna dare alla costruzione europea una visione anche prospettica di più ampio respiro.

E mi consentirete, allora, di dire proprio in questa sede che sbagliano quegli europei che credono che la soluzione, il superamento della loro crisi interna di identità o di unità possa essere risolta, come si usa dire, «all'interno delle mura del castello».

In realtà il modo con il quale l'Europa concepisce i suoi rapporti esterni è anche un modo che può contribuire a superare la crisi di un europeismo che essendo fondato sul libero-scambismo soltanto non riesce ad avere la spinta, l'unità, il respiro strategico necessario per affrontare i problemi del momento.

Parlare, quindi, dell'associazione con i paesi africani non significa soltanto parlare di relazioni esterne ma significa parlare di relazioni esterne che possono e debbono avere tutta la loro importanza anche sul modo di concepire la costruzione dell’Europa, di un’Europa politica che si giovi del clima di distensione e di pace per allargare i suoi rapporti di collaborazione.

Ed il secondo elemento, ed ultimo, che vorrei sottolineare è che questo Convegno è per noi importante non solo per questa connessione fra relazioni esterne e costruzione unitaria dell'Europa politica, ma anche per la natura del negoziato difficile che è in corso tra la Comunità dei Nove ed i paesi africani, negoziato complesso che non deve e non può ignorare le difficoltà, che non deve cadere nell'astrattismo ma che non deve nemmeno accettare certi condizionamenti storici come condizionamenti insuperabili.

Non c'è tempo qui di fare un’analisi retrospettiva, ma parlo a delle persone altamente qualificate e competenti e tutti converranno con me nel ricordare che già alle origini, fin dal 1957 ed in tutte le edizioni successive, c'è stato un vizio di fondo nel concepire l’allargamento o l'associazione con i paesi africani quasi a vantaggio delle nazioni che avendo dei collegamenti coloniali precedenti con taluni di questi paesi pensava di dover riportare nell'ambito della politica comunitaria anche quegli interessi.

E non è forse casuale che da qualche parte in Europa si guardi oggi all'allargamento dell'associazione con lo stesso spirito con il quale all'inizio si guardò verso i paesi francofoni; per intenderci, oggi si pensa che in conseguenza dell'ingresso, che vedremo se si consoliderà, degli inglesi nella Comunità si tratti soltanto di allargare quantitativamente le relazioni di associazione e di scambio commerciale ai paesi anglofoni, come già facemmo con i paesi francofoni.

Ora io credo che proprio in un convegno di questo genere sia molto utile tentare insieme di fare un salto di qualità. In verità non è che possiamo gloriarci soltanto del fatto che una quarantina di paesi africani oggi trattano con l'Europa per creare una realtà più ampia di scambi e di relazioni e commerciali ed economiche.

In realtà l'Europa, se vuole dare senso a questo allargamento, deve compiere un salto di qualità ed affrontare insieme ai problemi della liberalizzazione dei rapporti commerciali anche i problemi degli aiuti economici, tecnologici ed anche il problema del rafforzamento delle istituzioni con la partecipazione sempre più estesa di questi paesi sotto il profilo della indipendenza.

Non c'è dubbio che da questo punto di vista l'Europa deve rappresentare verso l'Africa (anche quell'Africa che lotta in questo momento per uscire dal processo di decolonizzazione e che appartiene di pieno titolo a relazioni di tipo nuovo fra l'Europa e l'Africa) non soltanto un ponte per intensificare dei commerci nei confronti di un'area importante, ma anche un punto di riferimento per consentire a tutti questi popoli di acquisire il diritto all'uso delle proprie risorse, la possibilità di collaborare alla pari per realizzare un loro sviluppo nazionale ed affrancarsi così dalla triste eredità di un passato coloniale.

C’è bisogno, quindi, di collocare queste relazioni in un quadro di vasto respiro, e credo che se il Convegno, anche con franchezza critica, suggerirà dei modi attraverso i quali dare al negoziato un maggiore respiro avrà certamente contribuito a fare si che lo stesso governo italiano possa muoversi con più decisione nella direzione giusta.

Io credo che pur dedicandoci all'argomento specifico dell'Africa noi non possiamo dimenticare che un modello giusto, equilibrato, di rapporto con i paesi africani potrebbe essere di aiuto per concepire, in armonia con le finalità istituzionali dell'lpalmo, i rapporti fra l'Europa ed i paesi dell'Asia e dell’America latina, che non possono essere trascurati in una visione complessiva del sottosviluppo.

Certo, anche in questi continenti come in Africa bisogna che l’Europa, la nuova Europa, abbandoni quel filo grigio delle tentazioni neocoloniali che sono sempre alla base del rilancio di certe tecniche di aiuti finanziari e di aiuti economici, e bisogna che l'Europa affronti anche i grandi negoziati della riforma del sistema monetario internazionale e del Gatt con lo spirito di aiutare i paesi in via di sviluppo, che hanno bisogno di trovare nell'assetto mondiale maggiori possibilità di affermazione e di successo.