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La crisi libanese nel quadro mediorientale ed internazionale - "Politica internazionale", n. 10/1976

Interventi di Francesco Gozzano, Luigi Granelli, Raniero La Valle, Romano Ledda, Livia Rokach, Stefano Silvestri 
Coordinatore Giampaolo Calchi Novati

Calchi Novati

Diciassette o diciotto mesi di crisi nel Libano, 40-50 mila morti, danni incalcolabili, le istituzioni di uno Stato che sembrava stabile, pur nella sua eterogeneità, distrutte: quali sono le cause interne della crisi libanese e quale la loro importanza, la loro influenza sulla evoluzione, che ha finito poi per coinvolgere i palestinesi e, più o meno direttamente, le grandi potenze?

La Valle

La causa strutturale dell’esplodere della crisi libanese sta nel fatto che, in realtà, lo Stato libanese non era uno Stato laico democratico di linea moderna; più che uno Stato era un concordato, era, cioè, una convenzione pattizia, anche se non scritta, tra le tre maggiori comunità religiose del Libano, che si erano accordate per una convivenza nell’ambito di regole comuni, nell’ambito di una unità statuale, che però manteneva la differenza, manteneva la impermeabilità, per così dire, delle tre comunità, l’una verso l’altra.

Questo difetto di linea istituzionale dello Stato libanese non aveva solamente un significato politico, ma aveva anche delle ripercussioni di carattere sociale, nel senso che la parte meno favorita da questo accordo, cioè la parte dei musulmani poveri, subiva, anche sul piano economico e sociale, il prezzo della prevalenza della comunità maronita che, pur non essendo la maggioranza nello Stato libanese, tuttavia deteneva la maggior parte del potere, sia in sede politica, sia in sede militare, sia in sede economica. Quello che si è ora rotto è precisamente questo precario equilibrio: il Libano sconta, per così dire, il ritardo di una sua rivoluzione moderna; uno Stato che in realtà consista solamente di un concordato, uno Stato che risolva i problemi dei rapporti tra le sue comunità in termini di lottizzazione è uno Stato che, a lungo andare, non regge e che qualunque turbamento che dall’esterno possa venire a mettere in causa questo equilibrio, può rompere.

L’elemento di rottura, in realtà, è stata precisamente la presenza dei palestinesi. Perché? Perché i palestinesi non rappresentano solamente la rivendicazione di una terra, da cui sono stati esclusi, nei confronti dello Stato di Israele, ma rappresentano nel Medio Oriente questa proposta moderna di uno Stato laico, pluralista, democratico; se questo è il progetto che essi inseguono, per quanto riguarda l’obiettivo di una loro reintegrazione nella terra da cui sono stati espulsi, è anche una parola d’ordine, una prospettiva, una speranza che ha un grande valore di mobilitazione per tutte le masse arabe, anche al di là del conflitto palestino-israeliano. Questo è chiarissimo, non solo per il tipo di raccordo che si è spontaneamente creato tra i palestinesi e le sinistre libanesi, ma è chiaro anche per quello che dicono gli stessi promotori, gli stessi maggiori responsabili della attuale crisi libanese e coloro stessi che dichiarano apertamente di perseguire una “soluzione finale” della questione palestinese in Libano.

Io ho qui una dichiarazione di padre Khassis, che è il superiore degli Ordini religiosi maroniti del Libano ed è uno dei membri del Comando collegiale delle destre libanesi, uno dei «signori della guerra», il quale ha dichiarato in termini molto chiari che l’incompatibilità della presenza dei palestinesi in Libano risiede nel fatto che i palestinesi sono una «rivoluzione» e la logica della rivoluzione non può andare d’accordo con la logica dello Stato, per cui — dice padre Khassis — «la soluzione, secondo me, è di togliere dal Libano questo peso palestinese», per evitare la contrapposizione tra queste due logiche, cioè tra la logica di una proposta rivoluzionaria, che vale per Israele come vale per tutto il mondo arabo, e la logica, invece, di uno Stato che evidentemente vuole rimanere legato alle vecchie forme che non è ancora riuscito a superare. Quando il capo della destra maronita parla di rivoluzione, non ne parla nei termini di una rivoluzione marxista, o nei termini in cui si parla di rivoluzione nella cultura dell’Occidente; parla di rivoluzione nei termini, per così dire, ottocenteschi: rivoluzione, cioè, nel senso di una proposta di uno Stato democratico, di uno Stato laico, di uno Stato non fondato su una contrapposizione o su un concordismo confessionale.

Se queste sono le cause strutturali, è chiaro che il problema si risolve solamente nella misura in cui tutta la situazione del Medio Oriente possa fare un passo avanti, nel senso di superare gli assetti islamizzanti o clericali o comunque confessionali e legati a forme di potere di minoranze della popolazione e nella misura in cui tutto il Medio Oriente proceda verso assetti più moderni e più democratici, più capaci, quindi, di accogliere e di risolvere nell’unità, nell’armonia e nella collaborazione le diverse tensioni, le diverse componenti della complessa realtà locale.

Gozzano

Riallacciandomi all’affermazione di La Valle sul «turbamento» dall’esterno che i palestinesi hanno provocato nella struttura statuale molto precaria, atipica del Libano, si può aggiungere che questo turbamento è forse la causa occasionale di una serie di interventi, anche da parte di potenze al di là del settore mediorientale. Non dimentichiamo che il Medio Oriente; per la sua importanza strategica ed economica, è stato sempre al centro dell’interesse e dell’attenzione di tutte le grandi potenze e che vi fu, proprio nel Libano, circa venti anni fa, nel 1958, un intervento militare americano, determinato dai timori che la rivoluzione scoppiata nell’Irak, col rovesciamento della monarchia legata alla Gran Bretagna e quindi all’Occidente, per potesse sconvolgere ulteriormente la precaria situazione che esisteva nel settore mediorientale, dovuta alla nazionalizzazione del Canale di Suez, che provocò un anno e mezzo prima l’intervento degli anglo-francesi, fermato poi dagli americani e dai sovietici indirettamente.

Questo turbamento esterno, che si è verificato anche oggi, è venuto a coincidere con una situazione internazionale piuttosto complessa, in cui la presenza delle superpotenze ha, in un certo senso, alimentato e si è sovrapposta a una crisi già esistente nel paese e nella regione. Lo Stato libanese aveva subito dei contraccolpi, di carattere economico e politico, per la guerra del Kippur, poiché si era creato uno spostamento di interesse da parte dei detentori di ricchezza, degli sceicchi assurti a nuova realtà economica in quella regione, dal Libano, che era considerato, fino ad allora, la roccaforte, la cassaforte, per meglio dire, dei petrolieri, verso i paesi occidentali: i depositi di petrodollari non andavano più nel Libano, ma emigravano verso l’America, l’Inghilterra, la Svizzera, la Germania federale, cioè verso paesi più solidi. Questo turbamento dall’esterno, che colpiva direttamente la classe dirigente libanese, ha portato questa ad una reazione violenta e all’aprirsi di una fase nuova, di guerra civile, molto più drammatica e molto più sanguinosa che non in precedenza.

È da notare un altro elemento, che mi sembra abbastanza importante: la rottura che i palestinesi hanno rappresentato nei confronti di uno Stato confessionale come il Libano e che, paradossalmente, veniva a colpire anche Israele, che è anch’esso uno Stato confessionale, in quanto si regge su determinate regole di carattere etico-religioso, più che su regole civili. Questo elemento di rottura, quindi, veniva a coinvolgere non soltanto dal punto di vista strettamente militare o territoriale i due paesi più sensibili, proprio per il loro assetto interno, a questi tentativi di rompere certi schemi e certi assetti istituzionali. Proprio questa carica rivoluzionaria, in senso lato, che la rivoluzione palestinese portava, veniva a creare una situazione completamente nuova in questa regione, con l’aggravante di una pratica impossibilità delle grandi potenze di intervenire in modo massiccio, in modo esplicito per frenare questa nuova ondata. Gli interventi sono stati di carattere, direi, trasversale.

In questa situazione, è chiaro che i palestinesi non potevano trovare ospitalità in Libano, da parte delle forze che predominavano in quel paese, e di qui il divampare di una lotta senza quartiere, che ha portato a quello che tutti sappiamo, ai massacri, a ulteriori crisi proprio nel sistema del mondo arabo, che era fin qui garante, protettore, almeno a parole, del movimento di liberazione palestinese.

Silvestri

Anche a mio parere la maggiore differenza tra la crisi del 1958 e quella del 1975-76 è nella presenza dei palestinesi. Vorrei però sottolineare che questa presenza, ed il ruolo dei movimenti palestinesi e delle forze anti-palestinesi, hanno potuto agire più liberamente e scontrarsi, perché è mutato il ruolo delle superpotenze in Medio Oriente. Nel 1958 vi erano ancora le potenze europee, Francia e Gran Bretagna (soprattutto quest'ultima), che agivano come potenze «garanti», e gli Usa intervennero in Libano per «stabilizzare» un governo in crisi che doveva essere garantito. Oggi invece le superpotenze (assenti le potenze europee) non concepiscono più il loro ruolo allo stesso modo: lasciano uno spazio molto maggiore alle leadership locali, considerate interlocutori validi.

Questo è in larga parte dovuto ad un mutamento della politica americana. Gli americani si sono trovati a giocare in Medio Oriente più un ruolo di mediazione che un preciso ruolo di parte. Sia pure un ruolo di mediatore interessato, ma comunque tale da dover tener conto delle posizioni nazionali arabe, oltre che delle posizioni israeliane, Ciò ha influito sulle scelte degli Stati arabi, dall’Egitto alla Siria. Grazie alla mediazione americana, Israele è divenuto un interlocutore, sia pure indiretto ma reale di alcuni governi arabi. Esso è entrato in gioco non più solo come nemico, ma anche come qualcuno con cui si può fare politica, sia pure in modi non tradizionali. Ciò ha evidentemente mutato i piani politici, prima dell’Egitto e successivamente della Siria.

Il ruolo delle superpotenze è mutato anche grazie alla presenza militare navale dell’Urss nel Mediterraneo. Tale presenza ha reso molto più difficili interventi militari diretti sul tipo di quelli sperimentati nel 1958. Tutto ciò ha, a mio avviso, permesso ai siriani di perseguire un progetto politico di più vasto respiro, ed ai palestinesi di crescere politicamente all’interno del Libano, sino a che questi due processi non si sono scontrati. Cosi facendo essi hanno naturalmente fatto perno sulle divisioni strutturali tradizionali esistenti nella società libanese, ma credo che restino i due elementi veri, portanti, della attuale crisi.

Se, come giustamente ha affermato La Valle, il problema chiave è quello dello Stato laico, come fatto rivoluzionario, nel Medio Oriente, devo dire però che esso è difficilmente risolvibile all’interno dello Stato libanese e delle nazioni arabe, quali esse oggi sono. Infatti esistono in Medio Oriente molti Stati più o meno fittizi, più o meno confessionali, più o meno pattizi, che per loro natura già costituiscono degli interlocutori «non laici» a livello nazionale, e che fanno politiche nazionali ispirate da questa loro natura. Tali politiche limitano grandemente le possibilità di sviluppo di una rivoluzione laica in Medio Oriente, Il fatto che questa rivoluzione laica passi attraverso la pratica distruzione, oggi del Libano, ma domani forse di altri Stati, anche se può apparire come un fatto negativo, almeno a prima vista, mi sembra avere il marchio della inevitabilità.

Ledda

Io ho una preoccupazione a questo punto: che si perda di vista un protagonista della vicenda libanese. È vero che in Libano giocano gli elementi «esterni» che sono stati ricordati, ossia la presenza palestinese, una diversa dislocazione delle potenze, eccetera. E vero cioè che il conflitto libanese si è caricato di significati che vanno oltre i confini del Libano. Però non dimentichiamo il grande protagonista dello scontro che si è aperto: ossia la sinistra libanese, che chiedeva un mutamento in senso democratico dello Stato libanese, e su questo sono d’accordo con la descrizione che del Libano ci ha dato prima La Valle.

Che cosa era cambiato in Libano? E' mutato qualcosa nel profondo della società — specie dopo la guerra del Kippur — proprio sulla base delle cose che diceva Gozzano. Si vedeva anche fisicamente che il blocco sociale dominante, grazie all’enorme forza del capitale finanziario, e che aveva a suo fondamento politico il patto confessionale, si era lacerato. Eravamo a nuove aggregazioni sociali, a modificazioni di struttura. Per cui un nuovo quesito di fondo sorgeva per le formazioni politiche libanesi: non bastava più una rappresentanza politica mediata dal gruppo etnico-religioso. Prendiamo per esempio il partito di Jumblatt, un partito druso: ebbene questi era ormai spinto oggettivamente dai problemi ad avere dimensioni di carattere nazionale e, quindi, a darsi una struttura politica non più drusa, ma nazionale. La questione del Partito comunista libanese era appunto questa: nonostante fosse ormai legale, non poteva avere una rappresentanza politica poiché le istituzioni libanesi non riconoscevano diritto di esistenza ai partiti nazionali come organizzazioni politiche che potevano eleggere i deputali, mentre il gruppo greco-ortodosso doveva per forza eleggere il suo deputato. Insomma si era creata, ormai, fra la società civile, il complesso dei gruppi sociali e gli schieramenti politici da un lato e le istituzioni statali dall’altro, una contraddizione di fondo: di qui la crisi e l’instabilità provocate dall’assetto confessionale. La contraddizione a un certo punto è esplosa in termini che poi, come sempre succede in questi processi, vengono deformati anche da elementi religiosi, per cui la guerra civile diventa una guerra in cui intervengono motivazioni confessionali. Ma la crisi di fondo era politica e sociale.

La mia preoccupazione, insomma, è questa: vorrei che non perdessimo di vista questo mutamento all’interno del Libano, altrimenti poi si agevola l'accusa ai palestinesi quali portatori di un perturbamento dall’esterno in un Libano che era pacifico, equilibrato, stabile. In effetti i palestinesi non hanno ripetuto in Libano l’errore che fecero nel 1970 in Giordania. No, c’era una crisi reale libanese e la forza, anche, della sinistra libanese – che io personalmente non mi sarei mai aspettato – dimostra quanto fosse profondo questo mutamento di fondo.

Calchi Novati

Si può dire, per riallacciarsi all’analisi di La Valle, che anche la sinistra libanese era portatrice di un progetto di Stato laico e democratico e che, quindi, in questo senso, la sua lotta poteva trovare delle affinità con il programma del movimento palestinese?

Ledda

Su questo non c’è dubbio, perché la riforma che le sinistre libanesi proponevano era proprio la modifica del tipo di rappresentanza confessionale, a livello istituzionale. Avanzavano un progetto di modernizzazione democratica dello Stato, che proprio per la natura dell’impianto confessionale intaccava i privilegi che l’avevano determinato.

La Valle

Senz’altro; anzi, direi che nella prima fase della lotta, verso la fine dell’anno scorso, le sinistre libanesi si sentivano abbastanza prossime a realizzare questo risultato, come mi dissero alcuni rappresentanti della sinistra libanese con cui ho avuto occasione di parlare a Nairobi.

Silvestri

Vorrei domandare a Ledda se non pensa che la chiarezza programmatica e la forza mostrate dalla sinistra libanese, non siano state in larga parte facilitate ed aiutate dall’esistenza dei gruppi palestinesi in Libano; e se egli non pensa che lo stesso intervento siriano e la facilità con cui l’estremismo più oltranzista della parte cattolica è riuscito a coalizzare attorno a sé la quasi totalità della popolazione maronita non siano stati anche essi facilitati dall’esistenza dei palestinesi. Voglio insomma dire che il conflitto libanese era già presente nella società libanese sin dalla fondazione dello Stato, ma che è arrivato a questo livello di violenza perché tutti hanno potuto utilizzare l’elemento palestinese.

Ledda

Ritengo che sia probabile, poiché non c’è dubbio che la presenza palestinese ha di per sé agito come fattore di sviluppo della sinistra libanese. Però vorrei ricordare che, per tutta la prima fase della guerra civile, la resistenza palestinese non solo ebbe una posizione di assoluto distacco, ma cercò anche di esercitare una funzione di mediazione e di pacificazione. La resistenza insomma ha già da tempo abbandonato la vecchia linea di sovvertimento dei regimi arabi in funzione della lotta palestinese. Al contrario si è mossa in senso opposto.

La Valle

Vorrei aggiungere che i palestinesi erano già al di là del conflitto confessionale, perché i palestinesi erano in maggioranza musulmani, ma in gran parte cristiani e c’erano dei campi palestinesi che erano esclusivamente cristiani; per esempio il campo di Jirs el-Basha, a Beirut, era un campo di palestinesi cristiani. Forse la violenza dello scontro tra cattolici-maroniti e palestinesi è stata aggravata, non tanto da una contrapposizione religiosa, ma proprio dall’esistenza di una affinità religiosa che, invece, incontrava un altro motivo di contrapposizione sul piano del potere.

Granelli

Io condivido il riferimento di La Valle alle cause strutturali che emergono dalla precarietà dell'assetto statuale libanese allargato, però, alla giusta osservazione che i fattori di crisi e le spinte di evoluzione di questo anacronistico ordinamento statale vengono anche dall’interno e non soltanto dal fattore della resistenza palestinese, che si introduce come elemento di eversione. Sono un po’ contrario a definire subito che questi elementi di spinta interna hanno come sbocco lo Stato laico, moderno: bisognerebbe vedere cosa significa questo; credo che sia piuttosto illuministico stabilire, attorno a un tavolo, il futuro di uno Stato, ma è ineccepibile che, mentre l’equilibrio istituzionale attuale deriva da una confusione tra il politico e il religioso, in una specie di concordato e di multiconfessionalismo, tutte le spinte di modernità muovono dalla società civile, dai contrasti sociali, dai contrasti economici, che finiscono per muoversi nel senso di uno Stato moderno, ma certamente peculiare di quella realtà e di quella zona.

Non credo che si possa stabilire in quanta misura il fattore della resistenza palestinese abbia dato un’ulteriore spinta alla sinistra libanese, e quanto la sinistra libanese sia autonoma nel portare avanti queste esigenze e il movimento palestinese non cada nell’errore giordano che si ricordava prima. Il quadro è quello strutturalmente indicato da La Valle, con l’aggiunta delle osservazioni di Romano Ledda circa la complementarietà tra la sinistra libanese e la resistenza palestinese, del tutto naturale rispetto alla crisi dello Stato libanese.

Detto questo, io vorrei fare un’osservazione che ci porta un po’ più avanti nel discorso, perché non dobbiamo fare un’analisi da storici, dobbiamo valutare la situazione politica nella sua drammaticità. Io ho un timore che manifesto e cioè che, proprio nelle cause strutturali della crisi, vi sia paradossalmente un sostegno alla prospettiva della disgregazione nel Libano: cioè, se si assume il fattore dell’anacronismo del concordato statuale libanese, si finisce col prestare il fianco a quella linea prorompente che accetta la dissoluzione come inevitabile, Con il che subentra la linea annessionista e, quindi, di spartizione, in pratica, del Libano. Questo è un pericolo che trova delle ragioni di incoraggiamento non soltanto nelle politiche di disgregazione del Libano, ma anche nelle sue radici storiche, come del resto è stato dimostrato da La Valle. La conclusione è che la difesa dell’integrità e dell’indipendenza del Libano non può significare difesa di un ordinamento statuale anacronistico, ma il desiderio di fare uno Stato moderno non può significare la dissoluzione di queste entità.

Il problema vero, allora, è che, non avendo risolto la questione palestinese come entità statuale, è ancora possibile dare al fenomeno di assestamento di un nuovo Stato una caratteristica di costruzione e non di eversione avventuristae anarchica. Ancora una volta, quindi, il problema dello Stato palestinese, non è soltanto un valore legato alla causa palestinese, ma è un elemento di equilibrio, che si può introdurre nell’area mediorientale, dando con ciò una spinta interna, ai fattori evolutivi che devono portare il Libano a non scambiare la sua integrità territoriale e la sua indipendenza con la sopravvivenza anacronistica di uno Stato che, invece, deve diventare moderno, democratico e più laico. Le crisi interne dello Stato libanese, riconducibili alle sue carenze strutturali e al fattore della resistenza palestinese, trovano la necessità urgente di una soluzione esterna, che non vada verso la disgregazione del Libano, con le prospettive oscure che il progetto di una federazione siro-giordano-libanese potrebbe comportare, pregiudicando ulteriormente la formazione di quello Stato palestinese che è la chiave di volta anche per la crisi interna del Libano.

Rokach

Credo che per comprendere la crisi delle strutture libanesi occorre fare un salto indietro nel tempo ed esaminare le rotture in profondità prodotte in tutto il Medio Oriente dall’occupazione coloniale europea. Uno dei principali elementi di questa rottura «sismica» fu la divisione politica della regione, e quindi del mondo arabo, in Stati «nazionali» sull'esempio europeo (mentre sotto l’Impero ottomano vi fu soltanto una divisione amministrativa) in funzione della spartizione del territorio tra la Francia e la Gran Bretagna e del dominio dei popoli colonizzati. Le barriere politiche erette tra le unità statali venivano poi ulteriormente riprodotte, in modi diversi, anche all’interno di ognuna di queste unità, dividendo comunità etniche e religiose, sempre in funzione degli interessi della potenza «mandataria». Ciò ha non soltanto stimolato rivalità, facilitando l’attuazione del classico metodo imperialista del «dividere per imperare», ma ha anche contribuito alla profonda trasformazione dei rapporti di classe interni a ognuno di questi organi smembrati delle nazioni mediorientali: rapporti che prima erano stati fondati sul modo di produzione non capitalistico, e che a causa delle esigenze delle potenze europee dovettero fondarsi su un modo di produzione capitalistico, con tutte le dolorose conseguenze che ne sono derivate per il tessuto socio-culturale rurale e urbano delle popolazioni. In questo quadro va visto il conferimento a determinate comunità etniche o religiose, da parte della potenza coloniale, di uno status di privilegio. Pertanto a differenza di La Valle, credo che l’idea di Stati unitari, multicomunitari, non è per il mondo arabo un’idea nuova, ma la espressione di antiche nostalgie rimaste nel corpo della nazione araba (ma anche delle minoranze) e mai veramente, culturalmente, superate.

Non possiamo approfondire l’argomento in questa occasione. Ma mi sembra indubbio che la crisi è esplosa (è stata sempre latente, però) nel Libano, perché il Libano rappresenta l’anello più debole della realtà ereditata dal dominio coloniale europeo. C’erano diverse possibilità geopolitiche di definire il territorio libanese, ma i francesi preferirono definirlo in modo da creare deliberatamente un equilibrio interno precario: quello stabilito nel  patto nazionale» del 1943. In altre parole, i francesi si preoccuparono di precostituirsi quali irrinunciabili garanti della pace «religiosa», cioè politica, nel Libano: di restare, insomma, nei fatti, i padroni del paese. Non a caso, quindi, è proprio questo anello più debole che le forze interessate alla rinnovata offensiva imperialista e neocolonialista sperano oggi di trasformare in un trampolino per la realizzazione della pax americana nel Medio Oriente: attraverso la creazione di nuove fratture, di nuove divisioni, di riassetti miranti a facilitare nuovamente l’asservimento della regione.

La crisi strutturale del Libano non è di oggi, e il Libano non è mai stato, dunque, quel paese paradisiaco "che ora muore" come si è cercato di convincere l'opinione pubblica. Questa crisi, inoltre, è sempre stata il risultato di un intreccio tra fattori interni ed esterni. Prendiamo gli anni '50. L'Inghilterra tramava per estendere alla Siria e al Libano il Patto di Baghdad, tramite il noto progetto della "mezzaluna fertile". I francesi visi opposero, perché ciò avrebbe messo a repentaglio la loro egemonia. Ben Gurion aveva il "suo" progetto per "trasformare il Libano in un paese cristiano", cioè di creare un alleato per Israele in funzione "anti-araba». La Cia ci racconta ora di aver fornito armi fin dagli anni ’50 «alle milizie cristiane nel Libano, nel quadro dell’uso di minoranze etniche per la lotta contro il comunismo». Ognuno di questi «progetti», era, naturalmente, collegato a determinati elementi all’interno del Libano, aveva i suoi «interlocutori», causava sommovimenti e fratture all’interno del paese. D'altra parte, coloro che tramavano dall’esterno potevano farlo grazie alla intrinseca debolezza voluta dal colonialismo della stabilità del paese. Così si attiva alla guerra civile del 1958, bloccata poi dall’intervento della VI flotta americana che fu sollecitato da Chamoun, e temporaneamente «risolta» rafforzando la partecipazione della feudalità e della borghesia alla direzione dello Stato.

Nel 1969, in coincidenza con l’inizio della crisi in Giordania, nel Libano scoppia nuovamente la guerra civile. Questa volta sono coinvolti anche i palestinesi, nel senso che vi è un disegno globale, mirante a liquidare la resistenza palestinese contemporaneamente in Giordania e nel Libano. A quell’anno risalgono, infatti, due accordi: quello di Amman, che permetterà a Hussein nel 1971 di liquidare la presenza organizzata della resistenza in Giordania; e quello del Cairo, al quale ancora oggi, con interpretazioni contrastanti, si riferiscono sia i palestinesi sia le destre libanesi. Un altro legame tra la situazione giordana di allora e gli avvenimenti attuali è questo: l’ascesa al potere nel 1970 di Assad rappresentava la vittoria, all’interno dello schieramento siriano, di coloro che si opponevano a un intervento di Damasco in aiuto alla resistenza palestinese in Giordania, in Libano, invece, Assad, sei anni più tardi, interviene militarmente contro la resistenza.

A partire dal 1970-71, il ruolo che Israele si è assunto diventa determinante per gli sviluppi all’interno del Libano. È importante tener presente che l’obiettivo della politica israeliana delle rappresaglie non è mai stato, in realtà, punitivo-militare. Nel suo Diario di SuezDayan lo chiarisce al di là di ogni possibile dubbio: l’obiettivo di queste rappresaglie, egli dice, non è militare ma politico: la destabilizzazione del regime che ospita la guerriglia palestinese, tramite azioni dirette a spingere le popolazioni colpite a premere sul potere centrale, o addirittura a rovesciarlo, se esso si rivela «incapace di sloggiare la guerriglia». In questo contesto vanno visti gli intensi bombardamenti aerei, terrestri e navali israeliani che per anni hanno martellato tanto i villaggi libanesi quanto i campi profughi palestinesi; le incursioni di commandos che hanno raso al suolo villaggi interi; i rapimenti di cittadini libanesi; le uccisioni, i ferimenti, le abitazioni fatte saltare per aria. Il terrorismo israeliano contro il Libano meridionale non è riuscito a suscitare sollevazioni antipalestinesi; ma ha finito per costringere le popolazioni libanesi e palestinesi colpite ad abbandonare la zona e a cercare rifugio nelle città: nelle borgate, nelle bidonvilles, nei campi profughi.

A Jisr el-Basha come a Tali el-Zaatar, poveri e diseredati libanesi e profughi palestinesi si sono trovati cosi ad abitare le stesse bidonvilles, talvolta anche le stesse baracche, a condividere la stessa miseria, le stesse difficoltà quotidiane della vita; a scoprire di avere in comune ricordi simili — il villaggio distrutto, la sicurezza affettiva e il posto di lavoro sepolti sotto le macerie — e gli stessi identici nemici: lo Stato libanese che non li difende, neppure quando i raids israeliani colpiscono al centro della capitale, e che non offre loro alcuna sicurezza sociale; la borghesia maronita che li sfrutta e li disprezza; l’oligarchia finanziaria dei paesi arabi che possiede il 90 per cento dei depositi bancari nel Libano e che investe in questo paese 300-400 milioni di lire libanesi all’anno, soprattutto in strutture parassitarle. Ben 140 mila libanesi vengono costretti a emigrare ogni anno in cerca di lavoro nei paesi arabi petroliferi, a lasciare dietro di sé, nei campi e nelle bidonvilles, le famiglie. Nasce così una vasta comunità della miseria, composta di libanesi e palestinesi, musulmani e cristiani, un «altro Libano», per il quale le divisioni confessionali sulle quali è basata la lottizzazione del potere al vertice dello Stato e nella sua amministrazione non ha senso, o piuttosto acquista esattamente il significato della radice del male da cui è afflitta la società. Sopraggiunge la crisi economica mondiale, l’inflazione si fa sentire anche nel Libano, tutta a spese delle classi oppresse. La necessità di difendersi da soli, perché l’esercito libanese è ormai assimilato alla borghesia maronita, fa sorgere comitati di autodifesa ai quali la resistenza palestinese non può rifiutare le armi e gli istruttori; si costituiscono i comitati di quartiere; i sindacati si rafforzano; gli scioperi si estendono.

I partiti della sinistra si fanno interpreti del malessere generalizzato dovuto alle antiquate strutture dello Stato, fondate unicamente sulla difesa dei privilegi della casta dominante. La loro influenza si allarga in modo spettacolare perché le riforme che essi propongono sono sentite in quasi tutti gli ambienti come esigenze inderogabili. La problematica nazionale di cui questi partiti si fanno portatori, a cominciare dal problema del ruolo dell’esercito nella difesa delle popolazioni, trova anch’essa ampi consensi. Il diritto al lavoro, e i diritti sindacali, anche per i palestinesi musulmani, è un'altra questione che viene affrontata. Si congiungono così la problematica nazionale e quella della giustizia sociale. Questi sviluppi, infine, si ripercuotono anche all’interno delle comunità religiose, anche all’interno delle Chiese cristiane. La tradizionale leadership musulmana si trova divisa tra la riluttanza a perdere l’appoggio della propria base popolare e il timore di venir privata dei privilegi in parte condivisi con la gerarchia maronita; all’interno delle Chiese cristiane, anche quella maronita, avvengono scissioni, dissensi, diserzioni in massa.

Di fronte a questi sviluppi, la casta dominante minoritaria reagisce in maniera estremamente miope e violenta, mirante alla conservazione a ogni costo dei propri privilegi. Respinge ogni richiesta di riforma, ogni domanda di concessione. Ogni proposta ragionata di cambiamento, di rinnovamento, le sembra possa condurre, se accolta, a un catastrofico cedimento che può segnare la sua fine. Invece di imboccare la via della «modernizzazione dello Stato», come l’ha chiamata Jumblatt, cerca lo scontro.

La Valle

A proposito di quello che Livia Rokach ha detto all’inizio, cioè che l’obiettivo di uno Stato unitario e non confessionale appartiene alla cultura araba, mi sembra che un certo superamento delle divisioni, delle parcellizzazioni statuali non corrispondenti ad una reale distinzione di popolazioni, questo, è vero, appartiene a una cultura araba che di per sé è unitaria; però mi pare che sia un po’ prematuro, forse, azzardato, dire che anche il modello di uno Stato laico appartenga alla cultura araba.

Rokach

Infatti, il concetto di Stato laico è una novità assoluta per la cultura araba, e anche non araba, nel Medio Oriente, ed è una novità, sostanzialmente, anche per molti di coloro che sostengono la necessità di laicizzare la regione. Lo si deduce anche dal documento dei «cristiani patrioti» aderenti al Fronte progressista libanese e dai rimproveri che essi rivolgono in questo senso sia alle sinistre libanesi sia alla resistenza palestinese. Questo concetto è sperimentato nel Libano per la prima volta, ed è tuttora una scommessa aperta. Per quanto riguarda le religioni, però, bisogna ricordare quanto hanno pesato i rapporti privilegiati di questa o quell’altra comunità religiosa con la potenza dominante in chiave antinazionale. Ciò è vero per il Libano ma anche per altri paesi, e per la stessa Siria.

Granelli

C’è un problema grosso sollevato dalla Rokach, cioè la valutazione della presenza palestinese nei vari Stati esistenti, come elemento di una comune battaglia di popolo per il cambiamento interno. Questa può anche essere una prospettiva, però è una prospettiva che cambia di segno tutto il significato della rivoluzione palestinese e, quindi bisogna stare attenti a non andare in braccio a chi vuole, appunto, distribuire sul territorio il popolo palestinese, come elemento di destabilizzazione degli altri sistemi, pur di non fare i conti con la costruzione di uno Stato palestinese.

Rokach

Io non ho mai inteso dire una cosa del genere. Anzi, sono fermamente convinta che soltanto nel quadro di uno Stato palestinese autonomo il movimento nazionale palestinese, che da anni è stato sempre costretto a svilupparsi su «piazze nemiche», sarà in grado di sperimentare la validità dei contenuti rivoluzionari che animano oggi la sua lotta, e che sono, a giudicare dalle loro mosse concrete, molto temuti dai potentati della regione.

Calchi Novati

Credo che da questa analisi sia uscita una constatazione: che cioè i palestinesi, nel Libano, pur giudicandosi in modo diverso il loro ruolo, hanno costituito un elemento di rottura di un ordine, di un sistema che è stato definito variamente, ma, comunque, identificato come precario. Dopo alcuni tentativi della stessa resistenza palestinese di restare estranea alla crisi libanese, in effetti, si è arrivati ad una alleanza organica tra la sinistra libanese e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Poiché c'è un precedente – la guerra in Giordania del 1970 – e poiché, dallo stesso dibattito, è emerso che il disegno politico dei palestinesi è, per certi aspetti, in antitesi con lo status quo, non solo dello Stato Israele-Palestina, ma degli stessi Stati arabi, sarebbe forse opportuno analizzare la strategia dell’Organizzazione per la liberazione della

Palestina. Ufficialmente, l’Olp ha sempre dichiarato di non voler interferire nell'evoluzione politica degli Stati arabi; questa dichiarazione, che era realistica per le condizioni in cui i palestinesi si sono trovati ad agire, era in ultima analisi vera, se si parte dal presupposto che il progetto rivoluzionario dei palestinesi in qualche modo interferiva con le strutture degli Stati arabi e con l'ordine che regnava nel Medio Oriente?

Ledda

Credo che rispetto al 1970, anche per avere vissuto un po' personalmente quella esperienza, ci sia stato un mutamento di asse strategico della resistenza, anche se poi è vero che ad Amman nel 1970 non tutta la resistenza pensava di rovesciare il regime di Hussein per trasformare la Giordania in una base della rivoluzione araba. Però non vi è dubbio che allora questa tesi era molto forte. Questa volta no. La lezione di Amman fu una lezione da cui i palestinesi trassero molti insegnamenti e dopo il riflusso disperato, dopo l'ondata terrorista, ci fu un tentativo serio di «elaborare una strategia che poi ha portato a certi risultati: creare un fronte diplomatico internazionale, sviluppare un rapporto con il mondo arabo di tipo diverso, cercare e definire anche un obiettivo intermedio, tenendo ferma una prospettiva di carattere generale, ma accettando, per esempio, a parte alcune frange, il “mini-Stato” palestinese, accettando, cioè, una soluzione che garantisse comunque l’installazione di un territorio, di una patria palestinese.

Che cosa, invece, è cambiato intorno? Questa è la vera domanda. L’impressione che ho è che questo punto di maturazione della strategia della resistenza sia avvenuto in parallelo con un processo di involuzione del mondo arabo; nel 1970 il nasserismo era in declino, ma non finito e soprattutto suscettibile di un suo rinnovamento in avanti. L’ispirazione nazionalista progressista di Nasser esercitava non soltanto una egemonia su larghe masse arabe, ma anche un potere di attrazione presso gli altri paesi. E difatti l’ultima fatica di Nasser, prima della morte, fu quella di riuscire a imporre un ceno tipo di accordo giordano-palestinese. In questi anni il quadro è mutato profondamente; il nazionalismo arabo è entrato in una crisi grave, le stesse componenti politiche del mondo arabo sono diventate diverse. La capitale araba è Riyadh più che II Cairo; cioè, la partita si gioca ormai – nelle società arabe dal punto di vista delle forze sociali, nell’ispirazione delle forze nazionali e del nazionalismo, nei rapporti di forza economici interni al mondo arabo – su un piano completamente diverso dal 1970.

A questo punto, un progetto come quello palestinese, ossia l’insediamento di uno Stato sia pure nella Cisgiordania, sia pure di un “mini-Stato”, che però aveva come fondamento un tentativo di rielaborazione della questione nazionale, che era passato attraverso un’esperienza di lotta antimperialista nuova, rispetto a quella dei partiti, degli schieramenti, delle forze che si muovevano in Medio Oriente, è stato visto con paura da tutti i regimi arabi. Anche per alcune caratteristiche che il mondo arabo ha di comunicazione e di contagio delle esperienze; grazie alla lingua e alla cultura comuni.

Da che cosa è motivato l’intervento siriano? Mi pare che al di là delle ambizioni siriane, esso sia motivato dal fatto che in Libano poteva nascere una esperienza di movimento più avanzata e democratica, che avrebbe messo in forse un certo tipo di struttura del regime siriano. Una esperienza per di più unita alla ipotesi di uno Stato palestinese, che diventava un fatto nuovo, di grande prestigio morale. 'L’intervento c’è stato per bloccare il duplice processo: impedire il processo di democratizzazione del Libano, che sarebbe stato la prima grande crisi di un assetto statale arabo dopo la guerra del Kippur, con quei connotati, e dare un colpo ai palestinesi.

Qui, poi, tutto si ricollega a quella che io considero una vittoria precaria, precaria perché i fattori di destabilizzazione sono oggettivamente enormi, ma pur sempre vittoria importante del disegno di una pax americana nel Medio Oriente.

Calchi Novati

Per ritornare un momento solo ai palestinesi, ritieni perciò che i palestinesi costituivano un elemento di rottura per gli Stati arabi, sia nella versione rivoluzionaria, sia nella versione diplomatica che in qualche modo l'Olp aveva adottato?

Ledda

La parola «rivoluzionario» che significa? Secondo me, i palestinesi non pensavano ad uno Stato rivoluzionario. Io ho sempre considerato la resistenza palestinese come un movimento di liberazione nazionale. Se poi questo fatto diventa oggettivamente rivoluzionario nel mondo arabo, date le condizioni generali, è un altro problema.

Silvestri

La mia opinione è un po’ diversa da quella di Ledda. A mio avviso i palestinesi sono un fatto strutturale di crisi, per il Libano, come per altri Stati arabi. La moderazione mostrata dai palestinesi nei primi tempi della crisi libanese originava dal ripensamento seguito ai fatti di Amman. Questo ripensamento aveva portato ad una sorta di alleanza tra palestinesi e regimi arabi, o almeno tra Al Farah e alcuni regimi arabi. Tale alleanza, formalizzata nel 1974 al vertice di Rabat, si basava sul fatto che la rivoluzione palestinese dovesse scaricarsi, sotto forma di movimento di liberazione, su Israele, cercando di conquistarsi un territorio. Su tale territorio (Cisgiordania e Gaza) essa non avrebbe potuto costruire uno Stato nuovo, bensì presumibilmente un altro Stato pattizio, creazione sia di una lotta di liberazione che di accordi diplomatici internazionali con Israele, le superpotenze e gli altri Stati arabi confinanti. Uno Stato che nasceva comunque limitato, anche se aveva in sé elementi di rottura.

Ledda

Scusa, Silvestri, fra Rabat e l’inizio della guerra nel Libano ci sono due grossi fatti: la rottura egiziana, cioè la decisione di Sadat di arrivare all’accordo di disimpegno con Israele del settembre 1975, che è un momento molto importante, e una nuova linea sulla questione del petrolio. L’uno e l’altro avvenimento rompono l’unità araba e dislocano in modo diverso l'insieme del mondo arabo.

Silvestri

Rabat è stato anche il vertice dove l’Iran ha mostrato di avere un grosso ruolo politico nel Medio Oriente, ed è riuscito a raggiungere un accordo con l’Irak. È anche il vertice dove l’Arabia Saudita ha consolidato il suo legame con l’Egitto. È stato cioè un vertice abbastanza moderato, che ha elaborato un accordo inteso a «controllare» i palestinesi, dando loro un ruolo delimitato. Essi hanno anche ottenuto un contentino: la rappresentanza della Palestina (cioè del futuro Stato pattizio) che veniva così tolta alla Giordania. A mio avviso questo tentativo di scaricare tutto il peso dei palestinesi su Israele non è riuscito. E in realtà il problema palestinese, oggettivamente, non riguarda solo Israele, ma anche almeno il Libano e la Giordania, dove stanno i palestinesi.

Il compromesso di Rabat equivaleva a tentare la politica di un Cavour senza avere il Piemonte. Era il tentativo di nazionalizzare, in modo molto delimitato, la rivoluzione palestinese. Esso non poteva riuscire per la fragilità strutturale degli Stati arabi, il fatto quindi che tali Stati vadano oggi in crisi non è cosa che deve stupire o che può solo essere criticata. Quando si afferma che essi devono creare uno «Stato nuovo» procedendo per «linee interne», è a mio avviso una illusione. Non si può cioè pensare che questi Stati arabi possano riuscire a rinnovarsi «dall’interno», mantenendo intatti ed inviolati i loro attuali confini e le loro entità statuali. Essi restano entità nazionali largamente fittizie, inadeguate e non rappresentative, rispetto ai movimenti politici, economici e religiosi che li percorrono per fasce transnazionali.

Questi fatti vanno ormai accettati, e sono tali da mettere in dubbio la sopravvivenza di Stati ex coloniali privi di forza e coesione interne. Vi sono eccezioni: una di esse è l'Egitto, che ha più solide fondamenta storiche, e si è alleato con l’Arabia Saudita (centro finanziario e religioso). Ma quando parliamo di altri Stati, quali il Libano e la Giordania, noi esaminiamo entità statuali travalicate da attività transnazionali di ogni tipo, del tutto incontrollate, e che sono incapaci di gestire, oppressi dalla loro debolezza strutturale. Per questo appaiono condannati alla sparizione. Il problema politico a mio avviso non è dunque la sparizione, ma i metodi usati a questo fine. Certo che se tutto questo processo si risolve semplicemente in un impero siriano sul Libano e la Giordania, molto probabilmente anche questa costruzione si rivelerebbe estremamente fragile.

Detto però che i metodi seguiti sono stati i metodi della reazione, resta il fatto che questa reazione si pone a livello dei movimenti reali della società, che vanno al di là delle dimensioni nazionali.

Ledda

Un dato di fatto da cui si deve partire è la realtà di questi paesi, che sono il risultato di una spartizione coloniale. Ma questi sono i confini. Se l’Africa dovesse tornare alla situazione esistente prima della Conferenza di Berlino non credo che troverebbe stabilità o progresso. Se seguissimo una linea del tipo di quella suggerita da te, tra l’altro, dovremmo rimettere in discussione lo Stato di Israele e i suoi confini.

Silvestri

Certo, questo è vero. Ma il fatto che sia sgradevole non ne nega la realtà. Tra l’altro non è un fenomeno che si verifica solo nel Terzo mondo, ma anche in Europa: con i modi pacifici dell’integrazione europea ad Occidente e con i modi meno pacifici dell’occupazione sovietica ad Oriente.

Gozzano

Mi sembra che oggi il problema centrale possa riassumersi in un interrogativo: perché questa perdita di carica del nazionalismo arabo, di cui fanno le spese oggi i palestinesi? Secondo me, c’è un fattore oggettivo di cui bisogna tener conto: quello che era fino a qualche anno fa lo Stato guida, per lo meno ideale, del mondo arabo, l’Egitto, ha perso — l’ha detto Ledda — il suo primato, cedendolo a Riyadh, quindi ha pagato un prezzo per ottenere certi aiuti economici nel momento in cui l’Egitto, superata una certa fase –d chiamiamola cosi – utopistica del periodo nasseriano, si avvia sulla strada di un pragmatismo sadatiano, che punta a risolvere taluni problemi interni del paese. E come può risolverli? Soltanto con un consistente aiuto da chi ha le risorse finanziarie, cioè dall’Arabia Saudita, che si presenta come mallevadore per conto degli Stati Uniti, alla quale l'Egitto chiede 10 miliardi di dollari, non accontentandosi più dei 2 che gli hanno promesso. Per avere questi aiuti che cosa dà? Non dà delle cambiali, che non può onorare dal punto di vista finanziario, ma dà un impegno, una garanzia politica, che è quella di un certo “distacco” dai palestinesi, e l’accordo del Sinai è stato un primo segno in questo senso.

Un procedimento analogo probabilmente sta avvenendo in Siria: non sono esattamente al corrente dei problemi di carattere economico della Siria, però è chiaro che a Damasco ci sono due spinte. Una spinta è quella delia cosiddetta grande Siria, vecchio sogno, vecchio ideale, che non è mai tramontato e un’altra è quella derivante da un problema di riallineamento con la nuova tendenza dei paesi arabi a superare certi problemi di squilibrio interno, anche per rispondere a una pressione che c’è da parte dell’opinione pubblica. Cioè il «fenomeno» rivoluzionario palestinese, che ha avuto un certo impatto, e ha provocato determinate rotture, in Libano, come è stato detto poc’anzi, può provocare crisi anche in altri paesi arabi. C’è quindi la necessità per la classe dirigente di questi paesi di prevenire i rischi di questa esplosione, cercando di dare certe garanzie, di accontentare, entro certi limiti, quelle che sono le esigenze delle masse popolari.

È chiaro, quindi, che in questa prospettiva entra anche il «ridimensionamento» del movimento palestinese, che rifiuta di accettare quello che Israele ha sempre cercato di fare, cioè di scaricare il problema palestinese nelle mani dei paesi arabi. Questa è stata la linea seguita durante tutti questi anni e che ha portato Israele al rifiuto del dialogo con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, provocando il ritorno di questa «palla» nel campo arabo. Tutti questi andirivieni, tutti questi atteggiamenti più o meno favorevoli ai palestinesi, hanno oggi portato a una situazione piuttosto difficile.

Non è un caso, secondo me, che proprio nel momento in cui l’Olp raggiungeva il massimo di rispettabilità e di rappresentatività internazionale, nel momento in cui i palestinesi non erano più, per il mondo occidentale, un problema di profughi, ma un problema politico, viene data loro in testa la «mazzata» libanese, che, praticamente, fa tornare il problema alle origini, a un problema di profughi, di assistenza elementare, di sopravvivenza di queste persone. Anche se il problema esiste seriamente, oggi c’è il rischio che venga sempre più considerato una questione assistenziale, piuttosto che un problema politico e questo mi pare uno dei grossi temi, sui quali verterà il dibattito nei mesi futuri.

Rokach

La storia dei rapporti tra i palestinesi e gli Stati arabi si divide in due fasi ben distinte, ognuna delle quali potrebbe essere analizzata almeno in due chiavi diverse di lettura. Grosso modo, il primo periodo ha inizio con la risoluzione dell’Onu sulla spartizione della Palestina e termina nel 1964, con la costituzione dell’Olp. Lungo questo periodo, la diaspora palestinese subisce il destino che le viene imposto dai regimi arabi anche perché la sua stessa classe dirigente ancora di origine feudale, reazionaria, subordina gli interessi delle masse palestinesi ai giochi di potere interarabi e internazionali delle capitali mediorientali. Nella seconda fase, che è punteggiata da momenti storici particolari, la guerra del 1967, gli avvenimenti giordani del 1969-71, e che ha il suo punto culminante nella risoluzione della conferenza di Rabat del 1974 sul riconoscimento dell’Olp come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, il movimento nazionale diventa in misura crescente il soggetto principale della propria storia. La presa di coscienza unificante dell’identità nazionale che avviene grazie alla resistenza, e la costante ricerca dell’autonomia, maturano di pari passo con la cosciente scoperta di essere il principale fattore di contraddizione, a tutti i livelli, all’interno del mondo arabo, e di possedere, quindi, una reale forza contrattuale. Lo scontro oggi in atto tra le strutture tradizionali del mondo arabo e il movimento palestinese nasce da ciò. L'esito di questo scontro è ancora incerto, anche perché alcune delle contraddizioni che oppongono il movimento nazionale palestinese ai regimi arabi si ripercuotono tutt’ora all’interno della resistenza stessa, anche se in misura molto minore che nel passato. In ogni caso, il rapporto di forze tra questi elementi si è indubbiamente capovolto nella seconda fase, rispetto alla prima.

Nella prima fase i palestinesi più volte si ribellarono alla volontà dei regimi arabi: vi furono violente rivolte in Cisgiordania, prima del 1967, che il regime hashimita non esitò a reprimere nel sangue. Lo stesso Nasser fu costretto a consentire una certa attività della guerriglia nella striscia di Gaza. Ma in definitiva, erano stati i regimi arabi a imporre la loro volontà anche se non potevano certo ignorare l’elemento di pressione rappresentato dai palestinesi e dalla solidarietà popolare con essi all'interno dei paesi arabi. Nella seconda fase, e specialmente via via che l’Olp acquista il suo spazio politico e la sua autonomia, i regimi arabi tentano manovre eversive nei suoi confronti, cercano di operare nel suo seno delle scissioni, delle fratture, ma ci riescono in misura molto marginale. Ancora nel 1967, i governanti arabi votano all’Onu una risoluzione che parla in termini di «profughi palestinesi», ma sarà l'ultima volta, perché ormai esiste un movimento di liberazione nazionale che non accetta più questa definizione. La realtà di questi rapporti è radicalmente cambiata.

La questione della «non interferenza» dell’Olp negli affari interni dei paesi arabi è, paradossalmente, una conseguenza di questo mutamento della realtà. Quando i regimi arabi si rendono conto di non poter più frenare lo sviluppo autonomo del movimento nazionale palestinese, essi gli chiedono questa garanzia, in cambio delle alleanze, degli appoggi logistici, ecc., di cui la resistenza ha bisogno, in cambio anche della non interferenza nella conduzione dell’Olp. La «carta» dell’Olp firmata al Cairo nel 1969 alla presenza di Nasser sottolinea questa simmetria che apre poi la strada alla risoluzione di Rabat.

Se ciò è giuridicamente ineccepibile e politicamente giusto, nei fatti, tuttavia, gli sviluppi sono meno lineari. Innanzitutto, perché come abbiamo detto, i regimi arabi non cessano mai di tentare d’intervenire negli affari interni della resistenza palestinese e di imporle nuovamente la loro tutela. Ciò che sta accadendo nel Libano ne è soltanto il più grave e il più recente esempio. In secondo luogo, e qui arriviamo alla chiave di lettura «sociale», dopo quella politica, di questi rapporti, perché la realtà quotidiana in cui vivono le masse palestinesi nella diaspora araba è determinata dalla natura dei regimi e dei sistemi sociali sui quali essi si basano.

È uscito recentemente un bellissimo libro – The Disinherited – dello scrittore palestinese Fawaz Turchi, la cui lettura è di fondamentale importanza per comprendere questa problematica. È il racconto delle condizioni in cui sono vissute le masse palestinesi nei paesi arabi, nei campi, in questi trenta anni; il racconto delle difficoltà di ottenere un permesso di lavoro, delle umiliazioni subite da chi è costretto a portare il documento d’identità di profugo, delle persecuzioni, della paura.

Un alto dirigente della resistenza palestinese, parlandomi di queste cose alcune settimane fa, mi diceva dell’effetto traumatico che ha avuto sui palestinesi la persecuzione subita per mano dei governanti arabi. Diceva che essere perseguitato, imprigionato, ferocemente torturato da un «confratello» arabo è cosa infinitamente peggiore, più umiliante, più traumatica, che esserlo per mano del «nemico» israeliano. Nel primo caso, la sofferenza non ha senso, e provoca profonda sfiducia e profonda disperazione, tanto più a causa del divario tra questa realtà e la dichiarata, apparente, «solidarietà» che lo stesso persecutore ostenta contemporaneamente nelle sedi politiche; mentre essere perseguitato o imprigionato dal nemico contro il quale si lotta è normale, può essere, al limite, anche motivo di orgoglio. Diceva ancora: voi, in Europa, quando dite che i palestinesi rappresentano oggi gli ebrei del Medio Oriente, lo dite con simpatia nei nostri confronti. Ma i dirigenti arabi ci trattano con lo stesso disprezzo con il quale in certi paesi europei si usava trattare gli ebrei. È interessante notare, a questo proposito, che anche il popolo palestinese possiede, rispetto al Medio Oriente, il più alto grado d’istruzione, il maggior numero di laureati e di intellettuali, e probabilmente anche questo non gli viene perdonato. In ogni caso, anche questa realtà va messa nel conto quando si fa il bilancio dei rapporti tra gli Stati arabi e i palestinesi e delle ragioni di fondo per cui la conquista dell’autonomia da parte del movimento nazionale palestinese non è soltanto ormai irrinunciabile ma anche la miglior garanzia per una giusta soluzione del confitto mediorientale.

Calchi Novati

L'evoluzione della crisi libanese ha coinciso, per la prima volta dopo il 1948, con un principio di soluzione politica, quello in qualche modo gestito dalla mediazione — si è detto mediazione interessata — degli Stati Uniti. La liquidazione del movimento palestinese era una clausola essenziale per portare avanti questa soluzione politica, oppure si può ammettere che persino nella politica americana fosse in qualche modo prevista una fase in cui i palestinesi partecipassero attivamente alla soluzione politica, se non altro in vista della creazione di uno Stato palestinese in Cisgiordania? Quali sono, dunque, le implicazioni tra la politica delle grandi potenze in Medio Oriente e l’evoluzione della crisi in Libano?

Granelli

Vorrei cominciare da un’affermazione di Silvestri che, da quanto è stato detto, ha ricavato l’impressione che si voglia indicare una possibilità di evoluzione dalle crisi degli Stati arabi per linee interne, con una visione ottimistica della crisi mediorientale. Non sono affatto di questo parere, anzi, ritengo che l’assetto complessivo del Medio Oriente è necessariamente legato a una trattativa, a una condizione di carattere internazionale.

Dobbiamo essere realistici: possiamo anche immaginare che se ad Amman vincevano i palestinesi e creavano il germe di uno Stato, tutto lo sviluppo successivo sarebbe stato diverso, ma bisogna domandarsi perché non hanno vinto. Credo che la lezione che i palestinesi hanno tratto da questa drammatica esperienza è stata, non casualmente, quella di un forte rilancio della loro iniziativa politica, diplomatica, e non militare soltanto: l’Olp, i riconoscimenti, l’ingresso all’Onu, l’entrata nella Lega araba, l’attuazione del terrorismo, tutte scelte che, obiettivamente, il movimento di liberazione della Palestina ha fatto consapevolmente, cioè avendo la coscienza che l’equilibrio da raggiungere passava anche attraverso la mobilitazione di fattori esterni.

A mio parere, quindi, si tratta di non far cadere questa scelta che l’Olp ha fatto. Ha ragione Ledda: paradossalmente, nel momento in cui l’Organizzazione per la liberazione della Palestina batte una via politico-diplomatica, oltre a quella della difesa in armi del proprio destino di popolo, c’è un’involuzione a risolvere questo problema sul terreno degli Stati arabi e c’è l’ipocrisia delle grandi potenze di non internazionalizzare la questione del Medio Oriente. Questo è un punto sul quale bisogna essere, a mio avviso, molto espliciti: nel momento in cui il movimento per la liberazione della Palestina non rifiuta di arrivare a una soluzione negoziale del suo problema, è compito anche della comunità internazionale non interferire per quanto riguarda un accordo tra le parti in causa, rispetto all’assetto del Medio Oriente, ma dare il sostegno necessario in questa direzione.

Io mi rendo conto, quindi, che purtroppo le evoluzioni degli ultimi tempi hanno dimostrato e dimostrano che le difficoltà sono aumentate perché la vecchia battaglia del movimento di liberazione della Palestina, rispetto allo Stato di Israele per l’affermazione della propria identità, si è tradotta in una battaglia su due fronti, perché si scontra e con lo Stato di Israele, che mantiene l’occupazione arbitraria di tutti i territori presi con la guerra, e con gli Stati arabi, che non possono più scaricare solo su Israele la soluzione negoziale di questo problema, e si trovano perciò a dover avere, al loro interno, le conseguenze di una soluzione negoziale. Cinicamente, allora, la non interferenza, la non internazionalizzazione significa trasformare in un «vaso di coccio tra vasi di ferro» la questione palestinese.

La politica dei piccoli passi ha sganciato l'Egitto — come diceva Gozzano prima — cambiando fondamentalmente il quadro e creando un primo approccio settoriale, non globale, alla questione palestinese. La politica ultima della Siria crea i fatti compiuti nel rapporto tra Libano, Siria e Giordania. Questi due elementi — fatti compiuti e piccoli passi — lasciano sul terreno la radice della guerra, rendono cioè più difficile la soluzione negoziale del problema palestinese. Mi sembrano tutte coperture quelle di concedere, da una parte, atti formali solenni, come l’ingresso dell’Organizzazione della Palestina nella Lega dei paesi arabi e, contemporaneamente, per responsabilità di paesi arabi, eliminare le possibilità e le condizioni di un negoziato obiettivo per risolvere questo problema.

Io vorrei, allora, trarre qualche conclusione rispetto al punto che ci è stato proposto da Calchi Novati: certamente rifiutiamo la internazionalizzazione del problema medio- orientale nei termini classici, cioè come arbitrio delle grandi potenze di sistemare l’assetto di questa zona del mondo, e bisogna ribadire ancora una volta che tocca ai popoli, agli Stati che vivono su quell’area, trovare un’intesa ragionevole, ma, una volta rifiutata questa internazionalizzazione, non si può assistere inerti a quanto sta avvenendo. Io non condivido il rifiuto a priori che non si debba eventualmente ricorrere anche a un intervento dell’Onu, per bloccare un’operazione militare che sarà estremamente gravida di conseguenze anche per il negoziato futuro; non dimentichiamo che il presidente siriano afferma di essere disponibile a ritirare le proprie truppe dai territori in cui è entrato, solo se glielo chiederà Sarkis e, quindi, c’è un gioco delle parti che tende a precostituire una soluzione, militare e politica, che rende più difficile questa situazione. Non credo, del resto, che una forza di pace come quella della Lega araba, che non arriva neanche a un migliaio di elementi, rispetto ai 15-16 mila esponenti delle truppe siriane che hanno occupato i territori del Libano, possa rappresentare un’effettiva garanzia di pace. Il presidente siriano, quando dice: io sono disposto anche a ridare tutto, però siete voi i responsabili di quello che succede, allude al fatto che non si può ripristinare lo stato precedente senza una garanzia di pace, che non viene in questo momento fornita dalla Lega araba. In ogni caso, un ricorso più esplicito al’Onu, per un intervento in quella zona, potrebbe anche influire sulla Lega araba.

Primo, quindi, diventa astratto auspicare il negoziato, se non si elimina anche la premessa che lo rende impossibile, cioè l’intervento siriano nel Libano; secondo; non si può accettare la non internazionalizzazione di questo problema come se fossimo di fronte a una nuova vietnamizzazione della guerra del Vietnam, con la differenza che, mentre là il processo era scontato, qui le difficoltà sono maggiori. È anche strano questo rispetto per l'autonomia dei paesi del Medio Oriente, quando il Mediterraneo è pieno di navi di tutte le grandi potenze.

È necessario quindi, come primo elemento fermare la guerra, far ritirare le truppe siriane, ricreare le condizioni del negoziato e, una volta operato questo, anche attraverso un più autorevole intervento dell’Onu, bisogna rilanciare il negoziato a livello internazionale. I passi in avanti che si fanno nel riconoscere l’Olp come l’interlocutore legittimo del popolo palestinese devono consentire di rimettere in movimento la Conferenza di Ginevra, con la partecipazione a livello soddisfacente del popolo palestinese, ricercando al tavolo del negoziato, e non con le armi, la soluzione della questione, per premiare la opzione, che questo popolo ha fatto, di fiducia nella comunità internazionale per risolvere il suo problema. Altrimenti ha ragione Gozzano quando dice che la mancata soluzione in termini negoziali di questo problema e l’acuirsi del rapporto di forze militari, trasforma, di fatto, i palestinesi, in rifugiati e in profughi da assistere, più che in interlocutori politici, privati della loro forza reale.

Silvestri

È forse opportuno affrontare ora il problema della strategia delle grandi potenze e delle guerre locali. Quando era stata elaborata, questa dottrina delle guerre “locali” e delle guerre “limitate", era in parte legata alla strategia americana del containment, e per altra parte ad una crescente esigenza di “flessibilità” negli scontri tra le due superpotenze.

Le guerre locali prevedevano quindi un intervento diretto degli Stati Uniti (erano loro a teorizzarle, anche se le accettavano un po’ tutti). Erano un momento di crisis management e di peace keeping. Questa teoria è entrata in crisi in Vietnam, soprattutto all’interno della società americana. La teoria si è dunque trasformata. Le guerre locali ci sono ancora, ma divengono guerre civili. Non vi è più un diretto intervento della superpotenza: essa anzi attua apparentemente, dall’esterno, con azioni diplomatico-militari, una politica di non interferenza, e in pratica di chiusura della guerra all’interno di un ghetto. La guerra si trasforma, cosi, in guerra civile in cui intervengono le potenze locali, appoggiate indirettamente dalla superpotenza. Esse agiscono, come potenze sub-imperiali, in proprio, e vengono armate a questo fine.

Questa è, a mio avviso, una logica che era già visibile quando Kissinger rifiutò la Conferenza di Ginevra per il Medio Oriente. Kissinger basa le sue scelte ancora su una logica Est-Ovest: poiché l'Unione Sovietica era presente in Medio Oriente, un’operazione di peace keeping avrebbe dovuto svolgersi con l’accordo diretto e preciso dell’Unione Sovietica; accordo che avrebbe potuto portare a una divisione di sfere di influenza o, comunque, a un minore ruolo degli Stati Uniti. Per questo era preferibile far agire localmente gli arabi. Ciò avrebbe messo in difficoltà l’Unione Sovietica che aveva una posizione diplomatica debole e, al limite, contraddittoria (voleva una conferenza multilaterale ma non aveva rapporti diplomatici con Israele). Permettendo l’iniziativa siriana Kissinger è riuscito a tenere fuori l’Unione Sovietica. Lo stesso gioco non gli è riuscito in Angola, ma le sue motivazioni erano analoghe: non si basavano sulla realtà dei conflitti locali, bensì sul fatto che l’Unione Sovietica vi si era inserita.

La guerra locale, resa difficile dalla maggiore presenza globale dell’Urss, diventa guerra civile e questo ha effetti di destabilizzazione enormi. I precedenti interventi diretti americani erano forse più chiaramente imperiali, ma avevano un respiro globale maggiore. Questa è invece una teoria di disordine permanente poiché tende per esempio a distruggere l’efficacia degli interventi dell’Onu, tende a rafforzare poli tutto sommato anarchici, come l’Iran, che potranno poi condurre loro guerre personali e che oggi sperimentano anche riarmi spettacolari.

È una teoria di polverizzazione della società internazionale in una serie di ghetti, a cui interno si ha la speranza, da parte d Kissinger, che vincano le forze a lui alleate e, con la convinzione comunque che, se le varie crisi vengono mantenute «ghettizzate», anche se vincono gli avversari sarà poi possibile recuperare nuove alleanze. Sono d’accordo quindi con Granelli: non si deve assolutamente parlare di vietnamizzazione o di mediorientalizzazione del conflitto mediorientale, perché questo è oggi un discorso di rottura del tessuto della società internazionale e di quel poco di legittimità che, bene o male, si stava formando in essa anche grazie ai movimenti di liberazione nazionali.

Non sono contrario ai movimenti di liberazione nazionali del Terzo mondo: proprio perché sono partiti da una base coloniale, essi hanno avuto c hanno grossissimi limiti, che cercano di superare con fatica. Tali limiti sono stati imposti loro soprattutto dalla storia coloniale e dalla loro situazione economica. Ma essi li potranno superare tanto più facilmente, quanto più riusciranno a internazionalizzarsi o, comunque, a raggrupparsi per grandi insiemi regionali che abbiano immediatamente una dimensione internazionale e non una dimensione di ghetto. In fondo, il tentativo di Kissinger oggi in Sud Africa, è ancora una volta quello di ghettizzare il problema. Dire che il Sud Africa deve risolvere il problema della Rhodesia anche a costo di una «piccola» guerra civile in questo paese, e che poi anche se vinceranno gli africani, si potrà recuperarli, forse attraverso la Zambia, forse per altre vie e presentare il Sud Africa come elemento di stabilizzazione locale, è appunto fare politica di ghettizzazione. È un tentativo di una certa lucidità reazionaria. Ma è una lucidità di breve termine, poiché, alla lunga, questo significa non solo scatenare guerre civili, ma anche facilitare l’anarchia internazionale e, soprattutto, umiliare gli elementi positivi dei movimenti di liberazione: quelli che potevano permettere una crescita civile di questi paesi, anche a livello internazionale.

Sono d'accordo quindi con Granelli sulle cose da fare: è necessario interrompere il conflitto anche se non ci si può fare troppe illusioni sulla capacità dell’Onu di intervenire, perché è estremamente debole ed è stata semidistrutta da questi anni di crisi politica internazionale. Bisogna agire un po’ a tutti i livelli, caschi blu, caschi verdi, ecc.; è necessario riportare il conflitto alle sue radici: alla necessità di una trattativa internazionale tra Israele, i palestinesi e gli Stati arabi. Questo si può fare solo favorendo una internazionalizzazione delle forze che agiscono in Libano, e non una loro «sirianizzazione». A mio avviso non sarà un processo facile, bensì lungo e pieno di contraddizioni, ma è necessario respingere questa concezione distorta delle guerre locali, che si è andata lentamente affermando.

Ledda

Io sono d’accordo sul fatto che la politica di Kissinger in questa realtà mondiale sia un fattore di destabilizzazione. Non è solo un problema di linea politica internazionale. C’è anche mi pare un vizio più di fondo, che è ideologico e culturale, di comprensione dei processi reali e dei problemi aperti nel mondo. È evidente che se l’ottica continua a essere quella di una camicia da mettere al mondo per salvarne la stabilità, tutto diventa instabile, tutto non fa che incancrenire i conflitti. Kissinger perciò potrà ottenere questo o quel successo immediato, ma alla distanza il suo “disegno” diventa eversivo perché repressivo, vorrei dire inutilmente repressivo. Questo del resto mi pare il punto di crisi più generale della politica estera americana, in termini analoghi – naturalmente solo sotto il profilo della entità delle innovazioni che dovrebbero essere apportate – a quelli della fine della guerra fredda e alle revisioni che si dovettero apportare.

Starei un po’ attento però a vedere tutto in termini di disegni preordinati, a una sorta di programmazione che va avanti per la sua strada. Uno dei dati di questa situazione mondiale è che le potenze non possono più regolare tutto, che vi sono fattori che sfuggono alla loro capacità di controllo, che vi sono cioè realtà autonome che a loro volta condizionano gli atteggiamenti delle stesse potenze. Non vorrei ricorrere ad una formula abusata, ma si potrebbe dire: questa è una fase di transizione e di movimento assai complessa, in cui non si è ancora sostituito al vecchio equilibrio quello nuovo.

Due parole più specifiche per il Medio Oriente. Qui credo che Kissinger sia riuscito a ottenere ciò che non poté ottenere nel Vietnam, anche perché i soggetti politici e sociali sono profondamente diversi per maturità, coscienza, finalità. In altri termini Kissinger, e non soltanto nel Libano, è riuscito a trovare alleanze «sociali» e determinare una scelta politica sulla base degli interessi di gruppi indigeni. È una novità per un «teorico» della politica fatta soltanto attraverso le entità statali, per un continuatore (o restauratore) della diplomazia ottocentesca. Ed è una novità che forse sfugge ancora a causa di un ritardo di analisi. Eppure in tutta la vicenda petrolifera, in Egitto, nel Libano appunto gli Stati Uniti stanno chiamando classi e gruppi sociali a diventare in prima persona gli autori di certe operazioni. Che non sono più operazioni da semplici agenti dell’imperialismo, come si usava dire una volta, ma in cui si cerca – e spesso si trova – una convergenza di interessi tra forze indigene e interessi dell’imperialismo, in un rapporto che può essere anche dialettico e che non è immune da contraddizioni, ma nel quale queste ultime giocano un ruolo secondario rispetto al resto. Naturalmente anche in questo caso tutto mi sembra di scarso respiro. Perché la drammaticità oggettiva della contraddizione – sottosviluppo, meccanismi del mercato internazionale, eccetera – è tale da non trovare qui, nella politica americana, una risposta di prospettiva. Tuttavia questo mi sembra un nuovo tentativo in atto, questa la nuova e aggiornata versione della «strategia» neocoloniale.

A questa stregua mi pare che l’Urss abbia ricevuto nel Medio Oriente un colpo durissimo sotto vari profili. È vero da un lato che i rapporti tra le due grandi potenze sono di distensione-conflittualità, per cui un contrasto non deve stupire. Non è vero, almeno a me pare, dall’altro lato che vi sia un gioco concordato tra le due grandi potenze nel Medio Oriente. No, mi pare invece che l’impasse dell’Unione Sovietica, il venir meno dei cardini della sua politica mediorientale, sia, appunto, un colpo durissimo proprio perché a un certo punto è venuto meno tutto un tessuto politico-sociale che magari si era ipotizzato diversamente: sottovalutandone la portata e gli effetti. Credo cioè che non si tratti solo di un dato diplomatico o di rapporti statali. Mi pare invece che i fatti indichino spostamenti più profondi, anche se non necessariamente duraturi, poiché la mobilità delle società arabe continua.

La Valle

Mi pare, se ho capito bene, che si sia esclusa l’analogia della vietnamizzazione per quanto riguarda questa guerra. Invece io credo che si tratti proprio di un caso classico di vietnamizzazione; non parlerei di guerra civile, parlerei decisamente di una guerra per interposta persona, che viene gestita e programmata da un grande centro di potere internazionale, che si può individuare soprattutto negli Stati Uniti.

Perché dico vietnamizzazione? Perché la vietnamizzazione nella fase kissingeriana, cioè nella fase succeduta alla pura e semplice ricerca di una vittoria militare, e che si è fondata sulle due linee, quella della pressione militare e quella del negoziato, è stata precisamente il primo tentativo importante di Kissinger di realizzare quella nuova forma di legittimità internazionale che lo stesso Kissinger aveva teorizzato quando era professore a Harvard. Cioè una restaurazione dell’ordine mondiale che era messo in causa dalle spinte di liberazione, di indipendenza e dalle spinte rivoluzionarie presenti in questo od in quel settore del mondo, una restaurazione di questo ordine mondiale mediante la realizzazione di una nuova forma di legittimità internazionale che doveva fondarsi su un accordo convenzionale fra le massime potenze del sistema; un tipo di legittimità internazionale che, come Kissinger si premurava di precisare, non coincideva affatto con la giustizia; era una forma di legittimità che doveva garantire un certo ordine, anche se questo ordine non coincideva con l’adempimento delle istanze di giustizia presenti in questa o quell’area del mondo.

Allora nel Vietnam che cosa si è cercato di fare? Si è cercato precisamente di realizzare questo nuovo consenso internazionale che in un certo senso realizzasse lo stesso obiettivo che gli Usa si proponevano con la guerra, cioè realizzasse il mantenimento della divisione del Vietnam in due e della inclusione del Vietnam del Sud nell’orbita di influenza americana. Ora questo tentativo di nuova legittimità internazionale nel Vietnam è fallito perché neanche gli accordi di Parigi sono stati capaci di garantirla, per la rivolta che i vietnamiti stessi hanno opposto a questo tipo di ordine. Ma questa legittimità che è fallita in Vietnam invece si è cercato di realizzarla in Medio Oriente e si sta cercando di realizzarla ora.

Da questo punto di vista sono stato molto colpito dalla lettura, alcuni mesi prima dello scoppio della guerra del Kippur del 1973, proprio su Politica internazionale (nel n. 4 dell’aprile 1973), di un piano Kissinger per il Medio Oriente che circolava in quei mesi sui giornali americani, piano Kissinger che prevedeva: il ritiro di Israele per una fascia di una trentina di km dal Sinai, la riapertura del Canale di Suez, raccordo fra i singoli Stati arabi ed Israele per la definizione di frontiere sicure e riconosciute, un cambiamento interno dei regimi arabi prosovietici in senso proamericano e nel senso di una compressione delle istanze interne di giustizia e di cambiamenti sociali in questi paesi. Questo piano Kissinger in quel momento sembrava assolutamente assurdo, improponibile, perché era un piano che chiedeva anche delle concessioni ad Israele, sia pure limitate, nel momento in cui Israele si sentiva stravincitore e strapotente nel Medio Oriente. Ora, in realtà, questo piano, attraverso la guerra del Kippur, si è realizzato esattamente in tutti i suoi dettagli, in modo assolutamente fedele. Solo che, per realizzarlo, ci è voluta per l’appunto la guerra del Kippur, patrocinata dagli stessi americani.

Mi pare, quindi, che questo tipo di normalizzazione che si sta cercando di realizzare nel Medio Oriente non nasce a caso, ma è stata preventivata, è stata programmata. Ora, qual era veramente l’ostacolo a questo tipo di legittimità senza giustizia che si stava perseguendo nel Medio Oriente? Il vero ostacolo che ad un certo punto questa normalizzazione ha incontrato è stata la questione palestinese, perché in questa soluzione del problema mediorientale, come già del resto nel piano Rogers, non c’era posto per il problema palestinese; il problema palestinese non poteva trovare soluzione, era negato, era cancellato.

E se è vero, come Granelli dice giustamente, che fino a quando la presenza dei palestinesi nel Medio Oriente non trova una sua soluzione sul piano politico, è un elemento di “destabilizzazione” di tutta l’area mediorientale, le strade sono solamente due: o al problema palestinese si dà una soluzione politica equa che noi individuiamo nella formazione di uno Stato palestinese che non metta in discussione l’esistenza di Israele, ma che possa coesistere accanto ad Israele, oppure – per poter arrivare alla normalizzazione – non c’è altra strada che di sopprimere il problema palestinese, cioè abolire i palestinesi; e questa è purtroppo la soluzione cui finora si è unicamente riferito Israele e che di fatto gli Usa hanno fatto propria nella misura in cui nella loro proposta per una soluzione della crisi mediorientale non c’è posto per uno Stato palestinese e per un popolo palestinese.

Granelli

Qui ritornerebbe però l’errore del Vietnam perché giustamente, a parte l’orrore dell’operazione «soluzione finale», più si batte questa strada più il problema del popolo palestinese emerge nella sua forza.

La Valle

Ed infatti non credo che possa essere liquidato, perché credo che sia impossibile lo sterminio fisico di tutto il popolo palestinese. Perciò io credo che la critica alla linea kissingeriana, alla linea della diplomazia della restaurazione che si sta cercando di attuare in Medio Oriente, non è solo una critica etica, una critica morale contro una linea che passa attraverso lo sterminio di un popolo, ma è una critica politica, perché in realtà questa linea non può avere successo, come non l’ha avuto in Vietnam.

Non è una linea che abbia politicamente una sua possibilità di realizzazione, perché questa linea ha bisogno di contare almeno per un certo tempo su una remissività dell’Urss e su una remissività delle forze che nel mondo sono pur presenti per combattere queste mire di neoimperialismo, di riduzione del mondo ad unità sotto l’usbergo americano; ma è chiaro che questa remissività, che questa sconfitta non può durare a lungo e che ad un certo punto si accumula una carica di problemi irrisolti, una carica di ingiustizie e di squilibri nello stesso rapporto tra le grandi potenze, per cui è proprio questa linea, che apparentemente mira alla stabilizzazione mondiale, che finisce per diventare il maggior coefficiente di preparazione e di attivazione, non più solo di conflitti locali, come sono tutti i conflitti vietnamizzati, ma di un conflitto generale. Io credo che il rischio che un conflitto mondiale esploda c’è oggi in Medio Oriente più che in qualsiasi altra parte del mondo. Quindi credo che, dopo aver fatto tutta l’analisi necessaria sulla situazione interna degli Stati arabi, sui rapporti fra i vari regimi arabi, tra palestinesi e libanesi, il problema di fondo a cui si arriva è precisamente il problema di questo tipo di progetto che da alcuni anni a questa parte, sotto l’impulso di Kissinger, gli Usa hanno adottato per dare una soluzione ai problemi mondiali.

Calchi Novati

Che dire della politica mediorientale dell’Urss e della sua apparente remissività? Non è in contraddizione con le iniziative in altre parti del mondo, persino in Africa, dove pure le posizioni sovietiche per tradizione erano più deboli?

Gozzano

Vorrei riallacciarmi alla suggestione drammatica delle ultime affermazioni di La Valle, cioè il rischio di un conflitto. Chi può evitare che questo rischio si concretizzi e al tempo stesso chi può “imporre” una internazionalizzazione diplomatica della crisi mediorientale come suggeriva Granelli poc’anzi? Abbiamo visto che gli Usa hanno un certo disegno che punta sulla liquidazione del movimento palestinese e quindi del problema che è stato, da trent’anni a questa parte, un grosso ostacolo ad una stabilizzazione della regione mediorientale.

A mio avviso, è interesse americano arrivare a questa soluzione prima delle elezioni di novembre, perché non sappiamo se Kissinger resterà, probabilmente no; né sappiamo se ci saranno mutamenti nella linea della politica americana per quanto riguarda il Medio Oriente se verrà eletta una nuova amministrazione. È chiaro, quindi, che il segretario di Stato cerca di portare a termine o per lo meno di avviare a soluzione le varie crisi che ancora sono nelle sue mani, prima di dover eventualmente abbandonare il posto.

Allora, visto che la posizione e la politica americana non trovano il nostro consenso, chi resta per imporre un’eventuale soluzione pacifica? L’Urss? Francamente questa apparente remissività – come diceva Calchi Novati – della posizione sovietica lascia un po’ perplessi. Personalmente fui piuttosto colpito quando lo scorso anno, dopo il fallimento della missione Kissinger in marzo e, due mesi dopo, il crollo della strategia americana in Asia con la sconfitta nel Vietnam, non vi fu un rilancio dell’iniziativa diplomatica sovietica, soprattutto nel Medio Oriente, nel momento in cui il prestigio e la capacità negoziale americana toccavano il punto più basso.

I sovietici, invece, rimasero inerti; probabilmente il loro disegno era quello di non urtare gli americani pur di arrivare a quella che era la pupilla agli occhi di Breznev, cioè la conclusione della Conferenza sulla sicurezza europea. Naturalmente i sovietici temevano che, cercando di calcare la mano sugli americani in una fase di sconfitta, potessero avere dei contraccolpi negativi in ciò che in quel momento era il loro obiettivo primario di politica estera. Ma questa inazione sovietica ha portato alla rottura completa e clamorosa con l’Egitto, quindi al ridursi dell’area di influenza sovietica nel Medio Oriente che si era ristretta alla Siria e all’Irak. Oggi la Siria segue anch’essa una via che l’Urss critica, quindi come pedina sovietica nell'area mediorientale non resta che l’Irak, entro certi limiti, per non parlare della Libia, che però è un po’ defilata rispetto all’epicentro del conflitto ed è più un elemento di disturbo nel mondo arabo che non una parte in causa diretta nella soluzione del problema mediorientale. Questa assenza diplomatica dell’Urss nel Medio Oriente, dove non contrasta praticamente la egemonia diplomatica e politica americana, e a maggior ragione economica (l’Urss cerca forse di rifarsi marginalmente – come si è detto – in altri settori, come in Africa ed in Angola), lascia praticamente immutata la impasse in cui si trova la situazione.

Può essere, quindi, l’Urss un elemento determinante per avviare ad un certo tipo di soluzione, non ad una soluzione «finale», ma ad una soluzione diplomatica negoziale del conflitto palestinese? Francamente ho dei dubbi in proposito, proprio perché questa cautela, questa esitazione, questo tergiversare della diplomazia sovietica in questo settore sono piuttosto elementi negativi. Direi che l’esitazione di Mosca forse è dovuta ad un’altra attesa da parte americana, cioè avere certe concessioni nel grosso negoziato sugli armamenti strategici, per cui non intende pregiudicare le possibilità di un accordo in quel settore.

Allora chi resta per sollecitare una iniziativa: l’Europa? l’Italia? la Comunità europea? E’ questo che mi chiedo, anche perché è nostro interesse, come Europa, giungere ad una soluzione di un certo tipo, una soluzione democratica, pacifica del conflitto mediorientale, e quindi del problema palestinese, per una serie di motivi che sono troppo ovvi per essere qui ripetuti. Un interesse che dovrebbe però portare ad una iniziativa tale da superare quello che è stato fin qui il veto americano. Chiunque di noi ha assistito alle riunioni dei Nove, della Nato, ecc., sa bene che c’era un preciso veto americano all’Europa di trattare questo problema, dato che c’erano già gli americani che avevano assunto il monopolio della questione in nome dell’Occidente, monopolio non solo diplomatico, ma anche economico. Ricordiamo tutti le faccende legate alla crisi petrolifera, alla creazione dell’Agenzia per l’energia, al dialogo Nord-Sud, tutte connesse a questa sottomissione dell'Europa nei confronti degli Usa. Ora si fa strada l’ipotesi, che personalmente condividerei in pieno, della ripresa di una iniziativa diplomatica dell’Europa in questo settore; ma mi chiedo se essa ha la capacità, la forza e la volontà di fare queste cose.

Francamente, se non si uniscono questi altri interlocutori potenziali per cercare di risolvere la crisi, cioè l’Urss da un lato e l’Europa dall’altro, anche non congiuntamente per ovvi motivi, difficilmente si potrà impedire che il progressivo imputridimento della situazione mediorientale porti ad una soluzione che non sarebbe più tale, ma che sarebbe veramente la vittoria di certe tesi, di una certa posizione egemonica in questa regione. Mi sembra che se non dedichiamo con maggiore cura la nostra attenzione, come italiani e come europei, a questa possibilità di azione, non c’è altra via da seguire. Sappiamo bene che vi sono delle resistenze e delle esitazioni, e forse anche una certa freddezza da parte della Lega araba nei confronti dell’Europa (del resto il discorso che ha fatto di recente il ministro Forlani alla Commissione esteri è realista in questo esame della situazione); però, d’altra parte, esagerare gli ostacoli è anche una forma un po’ vigliacca, se vogliamo, di tirarci da parte dicendo che non abbiamo possibilità di interloquire in questa crisi.

Granelli

Io vorrei soffermarmi brevemente sul problema della inerzia sovietica e delle responsabilità europee in ordine a questa crisi.

Non c’è dubbio che il Medio Oriente rappresenta il banco di prova di una egemonia americana sul piano della linea kissingeriana, aiutata in questo momento da una disponibilità di Stati arabi che precedentemente erano collocati in un equilibrio diverso. Ci sono poi delle responsabilità precise anche dell’Urss per il suo tardivo intervento rispetto alla inaccettabile azione della Siria, rispetto al dialogo con gli Usa su questo punto specifico, ecc., anche se gli ultimi avvenimenti dimostrano che una ripresa, probabilmente ispirata alle conseguenze di una non soluzione del problema e di un “suo incancrenirsi”, esiste anche da parte dell’Urss, che comincia ad essere preoccupata sul piano dell’equilibrio militare ed anche sul piano della emarginazione politica. Non penso che l’Irak e la Libia soltanto possano essere emblematici di una strategia sovietica in questo campo, e mi rendo conto, quindi, che chiunque voglia riavviare la soluzione del problema sul binario giusto, deve trovare il modo di frenare la visione unilaterale americana su questa area e di scuotere l’inerzia sovietica su questo punto specifico.

E qui si apre un largo spazio di responsabilità per la Cee; se l’Europa non vuole essere soltanto una entità economica, ma vuole ritrovare il filo di una presenza politica nell’ordinamento mondiale, questa è una occasione preziosa, non solo perché il Mediterraneo, gli interessi vitali di collegamento, il petrolio sono essenziali elementi per il suo sviluppo, ma perché una certa indipendenza politica sul piano internazionale si misura su queste cose.

Qui però siamo alle solite, cioè che l’Europa non occupa lo spazio politico che le deriverebbe dalla sua funzione e dalla sua collocazione. L’approccio bilaterale è un approccio impotente; gli avversari della internazionalizzazione del problema del Medio Oriente usano l’iniziativa francese (fallita) come dimostrazione che attraverso le proposte di Giscard d’Estaing ci si è mossi in una direzione non gradita agli arabi, con il rischio di aggravare la situazione anziché risolverla. L’Italia e altri paesi dicono giustamente che il nostro potenziale diplomatico-politico e di forza è limitato rispetto a questo problema ed allora ci si limita agli auspici di pace, per la ripresa del negoziato, però impotenti di fronte alla situazione.

Io vorrei ricordare qui, però, che c’è un precedente sul quale si può innestare una certa azione di movimento. Nel maggio di quest’anno l’inizio del dialogo euro-arabo ha portato alla approvazione di un documento in cui le parti, cioè la Comunità nel suo insieme e la Lega araba, hanno riconosciuto esplicitamente che la soluzione della crisi del Medio Oriente passa attraverso il ritiro di Israele dai territori occupati, il riconoscimento dei diritti nazionali dei palestinesi, la partecipazione dell’Olp come organo rappresentativo del popolo palestinese a tutti gli sforzi di soluzione negoziale e quindi questi sono già principi acquisiti, almeno sul piano concettuale e teorico, da parte della Comunità nel suo insieme. A questo non fa seguito però un’iniziativa diplomatica che potrebbe oggi rappresentare una maggiore indipendenza verso gli Usa, una sollecitazione all’Urss perché esca dalla sua inerzia attuale, una ripresa del meccanismo che può portare alla Conferenza di Ginevra ed una presenza dell’Europa in questa zona “calda” con una funzione di mediazione politica nel rispetto dei diritti di questi popoli.

Rokach

Sono d’accordo con Raniero La Valle. La politica estera americana continua a ispirarsi alla dottrina Nixon-Kissinger, nota anche come la dottrina della «vietnamizzazione». Ciò significa:

  • il principale «nemico” dell’«impero» americano resta ogni movimento di liberazione nazionale e popolare;
  • il controllo di una determinata regione d’interesse strategico ed economico, per gli Usa va esercitato tramite regimi-clienti che fungono da potenze-gendarmi regionali;
  • per evitare il ricorso all’intervento diretto americano se non come a un «ultimo rimedio», va usato il metodo della «destabilizzazione», che comprende le guerre civili su scala nazionale o regionale.

La sconfitta nel Vietnam non ha comportato per Washington una revisione critica degli obiettivi politici che l’hanno determinata. Le critiche sono state rivolte soltanto al metodo della conduzione della guerra, ai mezzi impiegati, al costo materiale e umano e via dicendo. Per questo motivo, la preoccupazione delle forze che si sono riorganizzate nell’immediato dopo-Vietnam per lanciare una contro-offensiva, è soltanto quella di perseguire in maniera più “efficace” gli identici obiettivi imperiali: impiegando una dose maggiore di discrezione, un «basso profilo», una minore pubblicità, ecc. Nel contempo, sul piano militare, inventare nuove tecniche e nuove strategie. Per esempio, il potenziamento del controllo delle rotte marittime con obiettivi anche intimidatori nei confronti dei paesi rivieraschi. Kissinger ha più volte dichiarato che il Medio Oriente è, per gli Usa, un’area di primissima importanza strategica ed economica. È stato calcolato a Washington che il petrolio continuerà a essere un prodotto di primaria importanza ancora per trent’anni. Kissinger ha anche dichiarato di non accettare alcuna divisione di zone d’influenza nel Terzo mondo tra gli Usa e l’Urss. Il Medio Oriente, quindi, deve subire i piani della pax americana. Del resto, questa è, per definizione, la logica imperiale; la logica di qualsiasi potenza che si vuole imperiale.

Certamente esistono delle contraddizioni anche all’interno di questa logica, possono esserci degli interessi economici contrastanti, ma la politica del potere americano segue generalmente questa logica. Nel Medio Oriente, Washington ha messo in piedi una rete di regimi-clienti e potenze-gendarme che hanno il compito di sostenere il sistema imperiale americano nella regione: servire gli interessi delle compagnie multinazionali, assicurare a queste una immensa riserva di mano d’opera a basso costo, impedire insurrezioni popolari e contenere, o possibilmente debellare, l’influenza politica sovietica e del mondo socialista. I centri di questo sistema sono Teheran, Riyadh, in misura crescente II Cairo, domani forse in maniera più chiara Damasco. E naturalmente Israele, anche se per il momento esso resta un elemento di contraddizione di tipo particolare nel cuore di questo sistema.

Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, a mio parere essa sta scontando oggi molti errori commessi dagli artefici della sua politica in Medio Oriente. Aver puntato da sempre sulle alleanze con le élites burocratico- militari di quei paesi, a spese dei movimenti popolari, a spese degli stessi partiti comunisti in tutta la regione, avendo teorizzato l’importanza delle strutture militari esistenti a scapito dei movimenti di liberazione, ha condotto Mosca a trovarsi nelle condizioni in cui si trova oggi in questa regione: al punto più basso da vent’anni a questa parte della sua influenza nel Medio Oriente. Le conseguenze di questa politica sovietica per le forze sociali e popolari sono ancora peggiori, perché esse si trovano a dover ricominciare tutto da capo in condizioni molto peggiori di quelle che esistevano vent’anni fa.

Questo argomento richiederebbe un approfondimento che non possiamo pretendere di effettuare in questa sede. C’è, però, un episodio concreto che è direttamente collegato alla recente svolta di Damasco e che in parte la spiega. Durante i lunghi mesi delle trattative kissingeriane per l’accordo del Sinai, i siriani si sono rivolti più volte a Mosca esprimendo la loro preoccupazione e chiedendo una più attiva partecipazione sovietica ai negoziati. Essi diffidavano di Kissinger, temevano che l’accordo portasse a una diminuzione della forza contrattuale della Siria e la lasciasse scoperta e isolata. Nel corso di numerosi incontri che si sono svolti a quell’epoca, i sovietici non facevano che tranquillizzare i siriani (e i palestinesi), assicurarli che l’Urss ha in pugno la situazione che Kissinger tiene Gromyko al corrente dei «piccoli passi» e così via. Quando i dettagli dell’accordo raggiunto furono resi noti, Mosca non poté evitate di attaccare Kissinger, perché i siriani e i palestinesi avevano dimostrato di aver visto giusto. La nota ufficiale sovietica diceva più o meno: “pensavamo che Kissinger era alla ricerca di soluzioni di pace e non di espedienti per rafforzare il dominio americano nella regione ». La Siria si è sentita, ovviamente, tradita dall’Urss, e anche perfettamente legittimata a cercare non soltanto una rivincita ma anche un alleato più forte, più reale. L'Urss stessa ha portato acqua al mulino delle forze più reazionarie nel Medio Oriente che, per conto di Washington, avevano fin dal 1970 insistito presso i regimi arabi alleati dell’Urss che “soltanto gli Usa sarebbero capaci di strappare i territori occupati da Israele ». Avendo aiutato regimi come quello egiziano e siriano conferendo loro immeritati titoli di “progressisti », avendo per giunta deluso le attese degli stessi regimi suoi alleati in momenti politici cruciali in nome della sua intesa con gli Stati Uniti, come può l’Unione Sovietica (o chiunque altro) stupirsi di fronte al “voltafaccia” delle borghesie dominanti verso il luccichio della pax americana?

In questo senso, almeno, la tragedia libanese è anche una conseguenza della concezione contrattuale della distensione come viene praticata dall’Unione Sovietica e che regala a Washington esattamente i successi a cui aspira. Del resto, l’Urss era al corrente della svolta siriana molto prima degli avvenimenti del giugno scorso, ed è stata informata fin da febbraio o marzo dai comunisti libanesi del pericolo di un intervento militare di Damasco nel Libano in funzione filo- americana, ma essa aveva preferito non intervenire, illudendosi, forse, che gli sviluppi sarebbero stati meno lineari e meno drammatici. Ora, con un certo ritardo, forse perché si è trovata con le spalle al muro, certo grazie alla reazione dell’opinione pubblica internazionale, l’Unione Sovietica sembra decisa ad aiutare i movimenti popolari nel Libano. Ha posto l’embargo sulle armi e sui pezzi di ricambio alla Siria, forse stanzierà aiuti materiali alle forze progressiste. Ma le aiuterà anche politicamente? Eserciterà le necessarie pressioni politiche su Washington? È in grado di farlo? Ha la volontà di puntare fino in fondo su movimenti popolari autonomi? Credo che queste siano le domande-chiave dalie quali dipendono anche le prospettive del futuro della regione.

L’unica prospettiva realistica per una soluzione in Libano che non sia quella della pax americana deve passare per una giusta soluzione del problema palestinese. L’alternativa è soltanto quella della “vietnamizzazione” dell’intera regione, anche nel senso di una risposta «vietnamita», o meglio, «indocinese», con il costo umano e materiale che ciò potrebbe comportare, con le conseguenze che non potrà non avere in tutta l’arca mediterranea, e non ultimo, in un momento caratterizzato da una rapida e pericolosa nuclearizzazione.

La Valle

Questo è un aspetto particolare, che mi viene suggerito sia dall’ultimo accenno agli aspetti ideologici del conflitto libanese, sia da quello che diceva Granelli sulle varie istituzioni internazionali che potrebbero intervenire nei confronti del conflitto libanese, e non lo fanno, contraendo in tal modo una responsabilità politica o morale verso il conflitto libanese.

Abbiamo parlato della Comunità europea, abbiamo parlato dell’Unione Sovietica; io vorrei aggiungere la Chiesa: è vero che il conflitto libanese non è un conflitto religioso, nel senso, che non si stanno certamente difendendo degli interessi religiosi, anzi, credo che, in nessun conflitto come in questo, gli interessi religiosi siano malmenati e negati; i cattolici maroniti non difendono certo la fede, ma la stanno distruggendo. Non si può, però, certamente negare che sia un conflitto religioso nel senso che uno dei soggetti che fa la guerra è precisamente identificato, sia nel Libano, sia in tutto il mondo, da un punto di vista confessionale; e allora questo si è un conflitto religioso, nello stesso senso in cui, per esempio, per venire a cose a noi più vicine, Comunione e Liberazione concepisce la religione, cioè, nel senso di un soggetto religioso che fa politica, che difende determinati interessi, che cerca un proprio spazio di potere, e che fa questo in contrapposizione con un avversario che, a parere di questo medesimo soggetto religioso, mette in discussione i suoi diritti; avversario che in Libano sono i palestinesi e qui da noi sono i comunisti, in Vietnam era il Fronte di liberazione nazionale, eccetera.

Vorrei dire, allora, che in questo senso il Libano è molto vicino, e quello che avviene in Libano è tragico anche per noi, perché il meccanismo psicologico, la distorsione della fede, che porta dei monaci non sospesi a divinis, dei preti non ridotti allo stato laicale, dei cattolici cui nessuno imputa di rompere la comunione ecclesiale, a combattere contro i palestinesi in forme tanto violente, questo meccanismo psicologico, confessionale, è lo stesso che suggerisce, anche al di là del Libano, in molte parti del mondo, questa identificazione politica e di potere di un soggetto religioso e la sua contrapposizione intollerante e integralista ai suoi supposti avversari; e questo introduce nella lotta politica elementi àncora più drammatici ed una logica incompatibile con processi di mediazione, di accordi politici, eccetera.

Credo, quindi, che, da questo punto di vista, la responsabilità della Chiesa nei confronti di questo soggetto religioso libanese è una responsabilità molto grande, perché certo non sono in gioco motivi di fede, ma c’è un’identificazione precisa di una collettività, che si qualifica religiosamente, con i suoi ordini religiosi, con il suo clero, con le sue gerarchie ecclesiastiche e che in prima persona conduce atrocemente questa guerra. Quindi, credo che anche a questo titolo la nostra responsabilità è coinvolta in questo conflitto libanese, non solo a titolo di potenza mediterranea, non solo a titolo di membri della Comunità europea, non solo a titolo di membri delle Nazioni Unite, ma anche perche siamo un paese, che, strutturalmente, per tradizione, per ispirazione religiosa è cosi vicino alla Chiesa cattolica e perciò, attraverso di essa, ad uno dei più accaniti protagonisti del conflitto libanese.

Silvestri

Quando si sostiene che Kissinger tenta di arrivare ad una divisione di sfere d’influenza con l’Unione Sovietica, si dice in realtà cosa inesatta: Kissinger ha solo un’attenzione preminente verso l’Unione Sovietica. Essa è cioè il suo principale interlocutore, ma nell’ottica di una «distensione competitiva»: il rapporto è di rivalità. Il problema di Kissinger è quello di tenere fuori l’Unione Sovietica da tutte le possibili crisi, salvo poi trattare con l’Unione Sovietica quando la crisi diviene troppo pericolosa. In un certo senso quindi il containment rimane, ma la tattica cambia. L’intervento diretto americano, che prima era più rapido, adesso è molto più lento e si preferiscono altri strumenti perche questi servono a limitare meglio la presenza sovietica.

A mio avviso, nella tattica seguita in Medio Oriente, ha avuto un gran peso l’esperienza della guerra del 1973. Si arrivò allora ad un punto drammatico con la proclamazione di un allarme nucleare globale. Questa esperienza ha influenzato sia l’Unione Sovietica, sia gli Stati Uniti. L’idea di dover eliminare il rischio del confronto nucleare diretto credo abbia avuto un gran peso sulle decisioni prese dall’Unione Sovietica e anche sulle decisioni prese dagli Stati Uniti, e forse ciò ha reso più facile la “ghettizzazione” del conflitto.

Le ragioni per cui l’Urss non sembra reagire? Una ragione è che l’Urss ha compiuto una scelta di Realpolitik nei confronti di questi paesi e ha agito come una potenza tradizionale; si è cercata alleanze, a livello di governi, tali per cui oggi si trova in difficoltà, perché poi non ha portato questa scelta fino in fondo. Il fatto che, per esempio, non abbia rapporti diretti con Israele ne ha danneggiato l’iniziativa e l’ha costretta a delegare la trattativa agli Stati Uniti. Non bisogna poi sottovalutare che per l’Urss come per gli Usa è oggi oggettivamente difficile intervenire direttamente, grazie alla presenza delle due flotte contrapposte, sovietica e americana, Questi problemi l’Urss non li ha solo in Medio Oriente, ma un po’ ovunque. Essa non ha risolto il suo dilemma, tra agire come grande potenza o come centro ideologico comunista e non credo che le sarà possibile risolverlo a breve termine.

Che cosa si può fare? In un certo senso, noi ci dovremmo augurare che l’Unione Sovietica non intervenga direttamente o, comunque, non patrocini con troppa forza una determinata soluzione, perché questo aumenterebbe la tendenza a radicalizzare il conflitto come conflitto Est-Ovest da parte degli Stati Uniti. Non credo, d’altronde, che gli Stati Uniti stiano guadagnando moltissimo in Medio Oriente. I paesi arabi stanno sperimentando un processo di crescita politica, sia pure con molte contraddizioni, sia pure con dirigenze di destra, che li può spingere in diverse direzioni. È vero che questi paesi amano fare improvvisi «giri di valzer», oggi con gli Usa e domani con l’Urss.

I sovietici hanno profittato prima e quindi subito le conseguenze di questi “giri di valzer”. Adesso potrebbero subirne il contraccolpo gli americani. Questa sembra tutto sommato la speranza dei sovietici. Tutto ciò apre importanti possibilità di iniziative a noi europei. È però necessario rinunciare ai piani come quelli di Giscard. L’idea di ripresentarsi come “garanti“ del Libano è ridicola; non è un intervento realistico anche se esistono forze in Francia e in Inghilterra che pensano che questa volta il Medio Oriente si sistemerà per sempre, cessando di essere indipendente. Ma costoro si illudono pericolosamente.

A livello di Comunità europea, di cooperazione politica, è possibile fare un discorso politico diverso e si può obbligare, o cercare di obbligare o, almeno, far sapere che si è cercato di obbligare gli altri paesi europei a prendere una iniziativa. L’Unione Sovietica potrà forse accodarsi e potranno forse accodarsi anche altre forze americane critiche verso l’attuale linea di Kissinger. Forse tutto ciò non cambierà niente. Ma questi non sono processi che possono mutare nel breve periodo. Vi è sicuramente la necessità di un interlocutore diverso, che sdrammatizzi il conflitto mediorientale, e ne elimini la radicalizzazione Usa-Urss.

Credo quindi che, un po’ per salvare le nostre coscienze, ma anche per introdurre un elemento politico nuovo, l’azione politica europea, attraverso i canali stabiliti con il dialogo euro-arabo, ma anche a livello di rapporti euro-americani, andrebbe condotta nel senso di una ripresa dei negoziati internazionali. I negoziati internazionali, ovviamente, sono una cosa fragile e difficile. Molti non li vogliono. Ma è un processo che qualcuno deve pur iniziare e che ritengo possa essere iniziato. Il pericolo, tra l’altro, della nuclearizzazione del Medio Oriente, il pericolo di una anarchia militare di questi paesi è sentito molto anche in America. Le forze oggi minoritarie possono diventare domani maggioritarie, lo credo che si possa concepire un’azione diplomatica di un certo interesse, ovviamente con i limiti delle azioni diplomatiche, ma non del tutto superflua, nel breve e nel lungo termine.