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[Turchia] Una spina nel fianco dell'Europa - "Politica Internazionale", nn. 7-8/1982

Dal 12 settembre 1980 la Turchia vive sotto un regime militare. I colpi di stato militari in Turchia non sono una novità da quando nel 1960 il regime di Menderes fu rovesciato al termine di una lunga e profonda crisi che aveva scosso tutta la società turca.

È un fatto che la Turchia — paese europeo, membro della Nato e del Patto atlantico, in via di associazione se non di adesione alla Cee — non ha saputo risolvere i suoi problemi istituzionali, sociali, di modello economico, se non ricorrendo periodicamente al governo « forte ».

L'Europa e la Nato hanno subito questa situazione come se fosse inevitabile. Mentre altrove all'instabilità, alle crisi congiunturali o strutturali, allo stesso terrorismo, si reagisce attraverso l'intensificazione della partecipazione e dei mezzi democratici, nei confronti della Turchia c'è un atteggiamento quasi fatalistico.

Naturalmente i militari turchi possono anche vantare certi successi e d'altra parte stanno approntando un meccanismo istituzionale per ritornare a una qualche forma di normalità. Ma i prezzi pagati dalla Turchia, dalle sue organizzazioni politiche e sindacali, dalla sua cultura, dalla stessa coscienza dei suoi cittadini, sono stati pesanti e l'Italia, l'Europa, il mondo farebbero male a trascurarli come se non ne fossero coinvolti. 

In questo Primo piano, dedicato appunto alla Turchia, due anni dopo il colpo del 1980 e alla vigilia della restaurazione controllata che i militari stanno realizzando, ci interroghiamo sulle implicazioni morali e politiche della situazione turca. 

Fra i documenti pubblichiamo sia le dichiarazioni  dei responsabili turchi che le denunce giunte da più parti circa le violazioni dei diritti consumate in questi anni. 

Di seguito l’intervento di Granelli

 

L’Europa sembra aver rimosso il «problema Turchia» e le violazioni dei diritti fondamentali che il regime militare al potere da circa due anni ha commesso in quel paese. Presentato ed accolto come rimedio eccezionale, limitato nel tempo, per porre fine al fenomeno endemico del terrorismo che aveva fatto migliaia di vittime, l'intervento dei militari è andato ben al di là di questi limiti assumendo le forme di una « normalizzazione » che si propone di ridisegnare su basi autoritarie e antidemocratiche il futuro del paese. Occorre interrompere questa fatalistica rassegnazione che porta a tollerare violazioni inaccettabili, e chiedere il rapido ripristino di regole democratiche e costituzionali in Turchia.

C’è una congiura del silenzio, o quasi, anche in Italia su quanto è accaduto e accade in Turchia. Eppure la violazione dei diritti fondamentali in altri paesi europei, come ad esempio la Polonia, o le situazioni drammatiche in altri continenti, non mancano di provocare reazioni giustamente indignate nell’opinione pubblica e di dar vita ad iniziative di solidarietà attiva. È doveroso interrogarsi sul perché di questo diverso comportamento e prenderecoscienza di una situazione che non può lasciare indifferenti i democratici italiani ed europei.

Le notizie di episodi gravi giungono da Ankara sulla nostra stampa. Amnesty International, è come in altri casi, coraggiosa e puntuale nel denunciare violazioni gravi e molto più numerose di quelle conosciute attraverso le fonti ufficiali. Nel parlamento italiano ed in quello europeo, al Consiglio d’Europa, in altre sedi responsabili, si discute con preoccupazione di una «normalizzazione» assai rischiosa in atto in Turchia ma, il più delle volte, non si va al di là dell’auspicio di un ritorno nel tempo a forme accettabili di vita democratica e costituzionale.

È dunque necessario interrompere una sorta di fatalistica rassegnazione che porta quasi a tollerare o a condannare debolmente violazioni inaccettabili, destinate a influire su sbocchi futuri assai poco rassicuranti, in attesa di un domani migliore che le stesse autorità turche pongono alla base della loro azione.

Per questo sono utili analisi approfondite, valutazioni delle cause profonde dei processi in atto, azioni concrete di vigilanza e di solidarietà in favore di quanti lottano e pagano di persona per la democrazia turca.

Qualche riflessione di carattere generale può inquadrare meglio questo apprezzabile sforzo di approfondimento. Tutti sanno, anche in Italia, che la Turchia è oggi dominata da una dittatura militare e che l’ordine è garantito da misure eccezionali e da forme di governo autoritarie e repressive. È proibita ogni forma di attività politica. Non esiste più alcuna dialettica sindacale. La lotta contro il terrorismo ed i pericoli di sovversione colpisce, indiscriminatamente, esponenti democratici, sindacalisti, lavoratori, intellettuali, che devono alle loro convinzioni e non ad azioni illegali la sorte di perseguitati politici. Le persone imprigionate subiscono processi sommari e privi di garanzie, si infittiscono le denunce di un uso aberrante della tortura, si applicano pene severissime comprendenti le condanne a morte (molte eseguite, altre da eseguire), e tutto ciò avviene nel quadro di una sospensione di tutti i diritti democratici e costituzionali in vigore prima del colpo di stato del settembre 1980.

Il prezzo della «normalizzazione» è molto alto. Ma perché la reazione tra i democratici dei vari paesi, a cominciare da quelli europei, non è come in altri casi proporzionata all’involuzione in corso? La ragione principale è che il regime autoritario è stato presentato ed accolto come rimedio eccezionale, limitato nel tempo, per porre fine a fenomeni di terrorismo e di lotta armata che avevano provocato, di fronte ad una democrazia impotente e divisa, migliaia e migliaia di vittime e una crisi economica paurosa con punte di inflazione del 100%. Anche tra gli oppositori del governo forte del generale Kenan Evren vi sono molti che, più o meno, accettano questa versione delle cose.

Si invocano precedenti storici per accreditare questa tesi. Quando in Turchia è nata, negli anni ’20 e ’30, una democrazia populista e non priva di limiti, in una società carica di problemi e di pregiudizi, scossa da fermenti vitali e da resistenze reazionarie, non ha potuto contare, anche per non trascurabili condizionamenti internazionali, su un processo irreversibile o quantomeno garantito da una relativa stabilità. I tempi successivi alla svolta storica impressa da Atatürk, il padre fondatore della Turchia moderna, non possono essere considerati i « tempi dell’oro » di una democrazia politica fondata sulla partecipazione popolare e di trasformazioni economiche, sociali, istituzionali, adeguate a pur generosi propositi di « modernizzazione ».

Un processo difficile, contraddittorio, si è spesso scontrato con ostacoli rilevanti. In periodi recenti, nel 1960 e nel 1971, si è ricorsi in Turchia a forme transitorie di potere militare che hanno consentito di tornare, successivamente, a regimi democratici e costituzionali sia pure caratterizzati da limitazioni e debolezze. La dottrina del ricorso «temporaneo» al potere dei militari per mettere ordine in un paese sconvolto e ripristinare, nelle forme possibili e concesse dalle forze dominanti, la vita democratica e costituzionale non è certo nuova. Viene cosi esorcizzata l’immagine di possibili dittature prolungate e tendenti alla stabilizzazione.

Vi è qui un primo grande pericolo. Anche se le forze armate turche non hanno una vocazione «golpista» e con il loro intervento eccezionale hanno bloccato, per il momento, una insorgenza sanguinosa e su vasta scala del terrorismo eversivo, non si può tacere sul risvolto repressivo, antidemocratico, di questa azione. Anche in Italia abbiamo pagato prezzi altissimi, ma la prova esemplare che abbiamo dato è stata la nostra capacità di mantenere la lotta contro il terrorismo, lo scontro con il partito armato, sul terreno della democrazia costituzionale e del rispetto dei diritti fondamentali.

Quando, sia pure per combattere chi alimenta irresponsabilmente un terrorismo violento, inumano, destabilizzatore, si colpiscono sindacati, partiti, associazioni democratiche, intellettuali, lavoratori e cittadini, che con il terrorismo non hanno nulla a che fare, non solo si compiono azioni condanna-bili, in contrasto con la tutela di diritti inalienabili, ma si distruggono le forze morali e storiche che possono restituire vitalità al successivo ritorno alla democrazia costituzionale. In questa prospettiva la « normalizzazione » assume aspetti inquietanti. Un gruppo ristretto, che ha la fiducia dei militari e di ambienti conservatori, sta preparando un nuovo testo di Costituzione, che dovrebbe essere pronta tra non molto e sottoposta, forse in autunno, a referendum popolare. Nella primavera del 1984, secondo le promesse del regime di Ankara, dovrebbero avere luogo con un ritardo poco comprensibile le elezioni parlamentari.

Un popolo provato da una lunga repressione, dalla eliminazione di parte non trascurabile della classe dirigente democratica e dei quadri naturali dei movimenti sociali e politici, non è in grado di reagire a possibili disegni di instaurazione di una democrazia « limitata » e controllata dai gruppi dominanti. Ove lo fosse il rischio potrebbe essere quello di una ripresa di conflittualità e di un ritorno in campo di una politica repressiva. Se non si difendono oggi, pur nel quadro di una situazione eccezionale, i diritti fondamentali è difficile pensare di vederli rispettati domani, in un domani sempre incerto e precario, se al di là di generiche assicurazioni sulle caratteristiche democratiche della nuova Costituzione nulla si può opporre ad una generale involuzione.

In Turchia non si fa mistero dell’intenzione di proibire, nella futura Costituzione, l’attività di partiti che si considerano, a destra e a sinistra (dai comunisti ai «fondamentalisti musulmani»), pericolosi per la stabilità di uno Stato che, pur dicendosi erede di Atatürk, rafforza il potere del presidente e dei militari, annulla i diritti delle minoranze, consente al governo di effettuare controlli arbitrari e diretti sulle forze politiche e sui sindacati, prevede procedure prive di garanzie per lo scioglimento del parlamento e per ricorsi da parte delle autorità allo strumento del referendum. È difficile dire quali saranno, in concreto, sia gli sbocchi della nuova Costituzione, sia il carattere della democrazia successiva al regime «transitorio» dei militari.

Vi è qui il secondo grande pericolo. L’attesa passiva del ritorno alla democrazia potrebbe portare, a scadenza incerta, all’uscita di scena dei militari, o di parte di essi, ma alla instaurazione di un regime sostanzialmente autoritario e comunque incapace di far riprendere alla Turchia un cammino di libertà, di progresso, di modernizzazione. Sarebbe un errore sopravvalutare alcuni risultati congiunturali di raffreddamento di una paurosa disgregazione economica realizzati dalla dittatura. Non va dimenticato, infatti che il ritorno sostanziale alla democrazia, garantita dal libero dispiegarsi delle forze attive della società, dall’esercizio popolare del potere e del suo controllo, è fondamentale anche per il superamento effettivo della grave crisi economica, sociale, determinata da strutture che il regime militare sta rafforzando e che precisi gruppi di interesse pensano di tutelare anche nel futuro. Anche questi aspetti non vanno trascurati.

Sono evidenti i motivi che impongono, oggi, ai democratici italiani ed europei di rompere la Congiura del silenzio su quanto accade in Turchia, di prendere iniziative efficaci per il rispetto, ora ed in futuro, dei diritti fondamentali, di non limitarsi all’inerte attesa di un incerto ritorno alla democrazia secondo i tempi e i modi discrezionali di un regime militare autoritario e repressivo anche se transitorio. Si tratta di agire nei parlamenti nazionali ed in quello europeo, nel Consiglio d’Europa, nell’Alleanza atlantica, nell’opinione pubblica per ottenere, tramite i governi, maggiori e controllabili garanzie circa il rapido ripristino di sostanziali regole democratiche e costituzionali in Turchia.

Non va dimenticato che senza tale ripristino diventa di fatto incompatibile la presenza di questo paese in organismi internazionali che con la loro fermezza, hanno contribuito in passato all’affermazione della democrazia in Grecia ed in Spagna e a garantire di conseguenza una utile cooperazione in tutti i campi. L’Europa, in particolare, non può venire meno a precise responsabilità. Sarebbe grave sottrarsi al dovere di una attiva solidarietà con il popolo turco che lotta, tra grandi difficoltà, per uscire dalla spirale di una « normalizzazione » inquietante e pericolosa anche per i fattori di destabilizzazione che, in conseguenza di inevitabili rotture internazionali per il perdurare in forme diverse di inaccettabili violazioni dei diritti fondamentali, si verificherebbero in un’area di grande importanza strategica per il Mediterraneo, per l’Europa, e per lo stesso equilibrio mondiale.