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Desaparecidos: precise responsabilità - "Politica Internazionale" nn. 11-12/1982

DESAPARECIDOS: PRECISE RESPONSABILITÀ

La coraggiosa pubblicazione, sul Corriere della Sera, di un elenco approssimativo dei desaparecidos dì nazionalità o di origine italiana in Argentina ha finalmente contribuito a dare alla tragedia il peso politico e diplomatico che meritava da tempo.

La questione è ora esplosa e gli sviluppi che ne possono derivare sono di grande importanza sia umanitaria che politica. Il pericolo è che si tenda a sollevare un polverone in cui responsabilità e possibilità operative si confondono e a far sfociare in una sorta di rassegnazione, accompagnata da solenni condanne, che i desaparecidos, le loro famiglie, il popolo argentino, pagherebbero ancora una volta duramente. Per evitare questo rischio bisogna interrogarsi con molta serietà sul da farsi.

È positivo che l'eco in parlamento sia stata immediata, coerentemente del resto con le molte interrogazioni presentate in passato da quasi tutti i gruppi, e che amplia la sollecitazione al governo per avere chiarimenti e per fissare una nuova linea di condotta. Bisogna evitare che l'allungarsi dei tempi procedurali, aiutato dalla crisi di governo, porti in pratica ad un depotenziamento dell'iniziativa. Così come è indispensabile vigilare perché la protesta non venga riassorbita dalla tradizionale assicurazione del governo ad accertare i fatti e responsabilità, a rafforzare il proprio impegno per tacitare in qualche modo il potere di controllo del parlamento.

Dì fronte ad una tragedia come quella dei desaparecidos in Argentina, che non è il frutto dì un generico spirito del male ma è la conseguenza di un regime militare sanguinario e dispotico, si deve avere il coraggio di mutare la politica in questo campo. La finalità non può che essere costruttiva, ma per realizzarsi ha bisogno di una drastica inversione di tendenza. Ci sono delle vite da salvare e di fronte a questo obiettivo sarebbe moralmente e politicamente errato puntare su rotture clamorose e prive di efficacia, oppure continuare in un comportamento prudente ed inconcludente in attesa che le cose si sistemino da sole.

C'è un paese cui siamo legati da vincoli molteplici che va aiutato, in concreto, a chiudere alcune pagine orribili della sua storia nazionale con l'affermarsi della verità e della giustizia, non con l'impossibile ricorso all'oblio o all'impunità, per favorire la conquista su basi solide di una democrazia costituzionale fondata sulla partecipazione popolare. Se non vi sarà Il coraggio di passare attraverso una chiarificazione, l'obiettivo della riconciliazione nazionale, che tutte le nazioni insanguinate dalla repressione e dalla guerra civile si sono poste, rimarrà una ipocrita mistificazione.

C'è infine da rovesciare una tendenza alla minimizzazione per riprendere una forte iniziativa, congeniale ad un paese democratico ed antifascista come l'Italia, in tutti gli Stati dell'America latina in cui la pratica del sequestro degli oppositori e di uomini, donne, bambini inermi, della tortura applicata su larga scala, dell'assassinio e del terrore diffuso tra i familiari dei desaparecidos e di intere popolazioni, è applicata da Stati autoritari che coprono tali crimini, respingendo ogni responsabilità. Non si può non cambiare rotta.

Il governo ha detto e ripete di avere fatto tutto il possibile ed è disposto, sotto l'incalzare delle critiche, ad impegnarsi a fare di più. È questo circolo vizioso che va rotto. Non basta fare di più: bisogna fare cose profondamente diverse. In tutti questi anni, soprattutto dal 1976 in avanti, sì è pensato di procedere per vie interne, di sollecitare burocraticamente al chiarimento autorità che escludevano in via pregiudiziale ogni responsabilità, di far leva in un clima torbido su ambienti compiacenti e favorevoli alla repressione per ottenere impossibili e disgustosi aiuti. Il bilancio è negativo. Qualche risultato, più per liberare detenuti che per arrestare l'orribile fenomeno dei desaparecidos, non può assolvere crimini di massa.

Il punto di partenza, sul piano giuridico e politico-diplomatico, è quello della tutela del diritto dei nostri connazionali. Sarebbe assurdo distinguere, nella difesa dei diritti fondamentali, tra nazionalità e nazionalità. Ma uno Stato che si attiene alle norme del diritto internazionale, che vuole evitare di essere accusato di interferenza, deve in primo luogo difendere con forza, pubblicamente, con l'impiego di ogni mezzo, senza escludere le procedure giudiziarie e le denunce penali, il diritto colpito di cittadini di nazionalità e di origine italiana. Da qui l'azione può estendersi coinvolgendo gli organismi internazionali, promuovendo iniziative comuni di Stati diversi a cominciare da quelli europei. 

Nulla di questo è stato fatto sinora. Vi sono responsabilità da accertare perché anche le blande direttive del governo, spesso limitate alla burocratica trasmissione di semplici note verbali, sono state vanificate da connivenze, difese acritiche di una legalità derivante da un arbitrario potere repressivo, che richiedono interventi rigorosi ed esemplari verso funzionari che hanno il compito di rappresentare lo Stato italiano, i valori del suo ordinamento, e non la nostalgia di regimi precedenti. Ma non si può fare di ogni erba un fascio. Vi  sono diplomatici che si sono comportati in modo coraggioso, esemplare, ed in ogni caso non si può addebitare ad altri responsabilità che sono politiche e quindi del governo.

Più importante, tuttavia, è l'azione immediata e futura. Autorevole, ferma, insistente, deve essere l'azione del governo italiano verso le autorità argentine. Solo il ristabilimento della verità, della giustizia, del diritto può consentire lo sviluppo normale delle relazioni diplomatiche, economiche, politiche.

Analoga deve essere, dalla Cee all'Onu, la pressione internazionale. L'isolamento di un regime che non voglia cedere il passo alla democrazia, che non accerti le responsabilità di crimini intollerabili, che non conceda la vita e la libertà a quanti siano ancora illegalmente segregati, è la premessa per risolvere anche i casi singoli. E' questa la svolta richiesta all'Italia nei suoi rapporti con l'Argentina e con tutti i paesi dell'America latina retti da dittature.